È evidente che la presunta “intellighenzia” di questo Paese e certa “sinistra”, ancora una volta fanno fatica a leggere e interpretare gli umori della maggioranza degli italiani. Un Paese di bigotti impauriti dall’ignoto, dalle novità, dal diverso, dalle sintropie nella quotidianità, nella routine. In un Paese siffatto i conservatori hanno sempre un certo vantaggio, proprio perché si pongono come garanti della “normalità”, delle certezze acquisite, delle abitudini consolidate. Possiamo dire che la maggioranza degli italiani non interiorizza l’umanità, la natura, la morale, la pace, ma interiorizza la vacanza, il vestito, l’automobile, il denaro. Non vuole la pace perché la pace è giusta, la vuole perché ha paura. Non vuole l’invio di armi all’Ucraina per ragioni culturali o politiche di sinistra o di destra, ma perché ha paura. Paura di perdere le “comodità.”

Questo è un Paese già fascista, in senso pasoliniano, da tempo, da quando l’intellettuale friulano avvertiva sui pericoli dell’edonismo, della comodità, del benessere. Pasolini parlava, 48 anni fa, di “nuovo Fascismo”.  Quel nuovo fascismo che oggi si è materializzato nel dominio totalitario del neo consumismo e che egli chiamava “nuova cultura della civiltà dei consumi, cioè del nuovo e del più repressivo totalitarismo che si sia mai visto”. Oggi diremmo che questo nuovo fascismo, questo nuovo Potere sono nelle mani dei “sacerdoti titolari del verbo neo liberista”.

Questo è il Paese della borghesia (qui per borghese si intende un modo di pensare e di agire) culturalmente e umanamente impoverita, quella borghesia che obbedisce, magari inconsciamente, al Potere che non è di sinistra né di destra, ma è Potere e basta. Tutto il Paese è popolato da borghesi impoveriti: impiegati, operai, contadini, imprenditori, insegnanti, giovani e vecchi. Il Potere, scriveva Pasolini, ha deciso che siamo tutti uguali, tant’è che sentiamo l’ansia degradante di essere uguale agli altri nel consumare. Questa uguaglianza non è stata conquistata, ma è una falsa uguaglianza ricevuta in regalo”, che ci fa percepire l’esistenza di un qualche progresso.

Ora che il modello sociale da affermare non è più quello informato dalle ideologie, ma quello imposto dal “Potere superiore”, molti non sono in grado di realizzarlo e di realizzarsi in esso. E questo li umilia, li angoscia. La “destra” rappresenta anche questi umiliati i quali interpretano il diverso, e ogni tipo di sintropia, come minaccia al proprio riscatto sociale ed economico. La “sinistra riformista moderata” rappresenta coloro che in qualche modo si sentono più uguali degli altri nelle comodità, nel consumo, nella conservazione del proprio status, e anche loro hanno paura delle sintropie che minaccerebbero gli agi acquisiti: anche gli elettori della “sinistra” riformista e moderata sono in qualche modo conservatori.

In pochi hanno capito che l’Italia è e rimane “un’Italietta piccolo borghese, fascista e democristiana, provinciale”. Certo, in forma diversa, con variazioni di costume imposti dai cambiamenti della storia, ma ancora più degradata e decadente, sprofondata in un unico “modello di valori”, a cui aspirano tutti, ricchi e poveri. Un’Italietta borghese, fascista, riformista, moderata, di cattolici senza cristianesimo, sempre più vicini al clero e sempre più lontani dalla Chiesa, di atei senza morale. La trovate ben raffigurata in Tv, sui social network, sulle applicazioni web. L’Italietta di oggi è l’esito di trasformazioni che non hanno cambiato nulla. “Per un lucano – penso a De Martino – la nazione a lui estranea, è stato prima il Regno Borbonico, poi l’Italia piemontese, poi l’Italia fascista, (poi l’Italia democristiana, ndr), poi l’Italia attuale: senza soluzione di continuità”. (Pasolini, 1974). Dopo le elezioni avremo l’Italia uguale a se stessa e una Basilicata ancora immobile.