Marco Esposito è caposervizio presso il Mattino. Le sue puntuali inchieste sull’attuazione del federalismo fiscale italiano hanno portato alla pubblicazione di testi fondamentali come “Zero al Sud” (2018) e “Fake Sud” (2020). Memorabile il suo impegno sulle dotazioni di servizi di asilo nido nei comuni meridionali. Gli abbiamo posto alcune domande su temi di attualità, di particolare interesse per tutti i cittadini chiamati al voto. Alcune delle idee proposte costituiranno, verosimilmente, la frontiera delle battaglie meridionaliste dei prossimi anni.

Quali sarebbero i rischi principali per la qualità della vita dei cittadini del Sud, in caso di approvazione di un ddl sulle autonomie differenziate, invocate dalle regioni più ricche del Paese? 

C’è un rischio specifico per il Sud e uno generale per l’Italia. I cittadini meridionali avranno un danno diretto dall’autonomia bulimica immaginata dalle Regioni del Nord. Infatti, la pretesa di Zaia e soci di trattenere sul territorio risorse aggiuntive riduce – è matematico – la possibilità di garantire servizi di qualità altrove. In pratica loro pretendono che i principali servizi sociali siano proporzionati non ai fabbisogni, cioè alle persone, ma al gettito fiscale, vale a dire alla ricchezza. E c’è un rischio più generale: un servizio nazionale non è per sua natura inefficiente. Per esempio, per interpretare una direttiva europea basta un pool di tecnici a Roma, non ne occorre uno a Genova, uno a Catanzaro e così via. A volte, spezzettare produce costi maggiori, altrimenti non avremmo aggregazioni continue nel mondo delle banche o della produzione di merci, pensiamo alle automobili. Creare ventuno sistemi diversi per le autorizzazioni ambientali non è efficienza ma maggiore burocrazia per il sistema delle imprese. Infine, sempre sui servizi nazionali, c’è il tema dei temi: la scuola è una grande istituzione italiana e l’istruzione pubblica avrebbe tutto da perdere, a mio parere, a essere frammentata in tanti sistemi autonomi.

Che senso avrebbe un’ulteriore accelerazione regionalista, se la riforma del Titolo V ha condotto a un drammatico inasprimento dei divari nel primo quindicennio del nostro secolo (ma anche alla luce dei risultati conseguiti nella gestione della pandemia)? 

Non c’è una regola valida sempre, tra decentramento e accentramento. Proprio la pandemia ha dimostrato che alcune scelte andrebbero prese al medesimo livello del problema da affrontare, cioè planetario. In alcuni casi è opportuna la scelta continentale, pensiamo al via libera ai vaccini. Che senso avrebbe un farmaco autorizzato in Germania e non in Italia o viceversa? E invece noi siamo arrivati all’assurdo di Regioni che pretendevano di dettare la linea su tali questioni, stringendo accordi per acquistare Sputnik o un altro ritrovato. Tuttavia, va anche riconosciuto che alcune scelte, come il lockdown di uno specifico territorio per fermare un focolaio, non possono che arrivare a livello locale. Su tali temi, insomma, serve poca ideologia e molto pragmatismo.

Le autonomie differenziate trovano da sempre sostegno trasversale nel Centro-Destra come nel Centro-Sinistra. Cosa suggerisce agli elettori del Sud? 

Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna sono per l’autonomia differenziata nonostante abbiano amministrazioni di orientamento ben diverso. E il febbraio 2018 hanno firmato un identico protocollo con il governo Gentiloni. Ricordo che quando ministra delle autonomie era la veneta e leghista Erika Stefani, nel governo Conte I, per “bilanciare” c’era un sottosegretario dei Cinquestelle lombardo, da sempre forte sostenitore dell’autonomia differenziata, Stefano Buffagni.  Gli elettori del Sud a mio parere devono guardare il profilo dei candidati concretamente eleggibili sul proprio territorio, vale a dire quelli del collegio uninominale e i soli capilista dei listini bloccati, perché questa perfida legge elettorale impedisce scelte più articolate. Il mio consiglio è evitare candidati esterni al territorio. E poi scegliere figure di cui è nota l’attività pregressa nei temi che ciascuno ha più a cuore: ambiente, salute, sviluppo, diritti e così via.

Facciamo l’ipotesi di uno scenario in cui, come promesso, vengano concesse le autonomie differenziate. In tale contesto, una ulteriore verosimile contrazione di risorse al Sud come sarebbe compatibile con la Costituzione e con una situazione in cui è già complicato smaltire le liste di attesa nel comparto sanitario, solo per fare un esempio? 

Se leggiamo la Costituzione, non c’è nulla che giustifichi divari di servizi nella sanità, come in altri servizi di base, si pensi alle reti di trasporto. E questo indipendentemente dalle autonomie. Il punto è che l’uguaglianza non basta enunciarla: la Costituzione va attuata. Per esempio, la battaglia per definire i Lep, i “livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale“, come si legge all’articolo 117 della Carta, sta dando i suoi frutti. Ci abbiamo impiegato vent’anni? Vero. Ma il cammino è avviato e i primi Lep, sugli asili nido, in vigore dal primo gennaio 2022, dimostrano che al Sud siamo in grado non solo di enunciare ma di vincere delle battaglie.

Giorni fa, lei auspicava un’interlocuzione diretta tra cittadini del Sud e Unione Europea. Si prefigurano le condizioni per un appello alla Corte Europea dei Diritto dell’uomo? 

Serve qualcosa di più di un appello. Con la svolta del 2021, l’Unione Europea ha fatto per la prima volta nella sua storia debito comune. Questo significa che una famiglia di Vienna o di Amsterdam si è indebitata per poter prestare o dare a fondo perduto dei soldi a Venafro. È una svolta di straordinario rilievo simbolico. Ciò dà diritto, ovviamente, ai rappresentanti delle famiglie di Vienna o di Amsterdam di sapere se quei soldi sono stati spesi bene a Venafro. Per esempio, per ricostruire una scuola dell’infanzia inagibile dai tempi del terremoto del Molise, l’Italia invece ha dirottato quei soldi da Venafro a Milano – non faccio un esempio a caso, sono cose che ho dimostrato nelle mie inchieste, mai smentite – per cui il problema non è soltanto nel rapporto tra Nord e Sud, tra il lamentoso sindaco Sala e i tanti laconici sindaci dei comuni meridionali. È un problema di tutti gli europei, i quali hanno dimostrato a più riprese di comprendere l’importanza delle politiche di coesione, ma proprio per questo non possono tollerare che quelle risorse finiscano verso territori ricchi. Noi meridionali, tramite i nostri rappresentanti ma anche, se servirà, con l’azione diretta, dovremo far emergere questa contraddizione. Nell’interesse di noi stessi, certo. Ma quando fai l’interesse dei più deboli stai facendo l’interesse di tutti.