Anche Draghi non riesce a non cedere a un narcisistico ottimismo e dichiara di non essere insensibile al ‘grido di dolore’ che emerge da gran parte del Paese.

In realtà questo grido di dolore, come già raccontato, è molto farlocco e pare più di Enrico Letta, che caratterizza così sempre più il PD come il partito di Confindustria e delle burocrazie europee che del Paese. E non se ne capisce neanche l’utilità visto che alla fine ha ottenuto solo l’effetto di far apparire Draghi come organico al PD e quindi un governo Draghi Bis sarebbe stato percepito come il governo di Letta. La conclusione era quindi scontata non potendo essere accettato dalla destra per questioni elementari di politica.

Il problema è che Draghi ci è cascato mani piedi e ha preso a schiaffi i partiti forte di questo appello. Dimostrando di non avere né sensibilità politica né pudore istituzionale. Un pericoloso populismo se fosse vero l’appello, i passi successivi: Bava Beccaris e la legge Acerbo.

Ridicolo invece se si pensa che la manipolazione della opinione pubblica ha raggiunto vette di comicità involontaria raccontando di un clochard che ‘plaudiva Draghi per la sua sensibilità per chi vive ai margini.” Ad informarci il Corriere.

Lo immaginiamo bene il Banchiere del Popolo mentre va a letto la sera pensando ai clochard, magari anche a quelli creati da lui in Grecia. Tre pater, ave e gloria e sogni d’oro.

Non si capisce neanche in quale prospettiva si è mosso Letta. Per prolungare artificiosamente una legislatura che presenta dei nodi strutturali irrisolvibili tra forze disomogenee e un governo paralizzato, dalla elezione del Presidente della repubblica in poi? Per questo risultato il PD ha promosso il frazionamento del M5S, in modo da poter offrire a Draghi la testa di Conte e dei suoi? Come Giuditta la testa di Oloferne? Un calcolo miope. In cambio di cosa? Un deputato o senatore dimaiano vale un voto nelle logiche parlamentari ma anche un voto nelle urne alle elezioni politiche: il proprio.

Credo a questo punto che una alleanza elettorale PD e M5S sia improponibile e irricevibile per Conte e il Movimento, almeno finché c’è Letta.

Ma senza l’apporto di Conte e di un M5S appena appena credibile in una alleanza elettorale della sinistra consegneremo il Paese alla destra.

Che nessuno si lamenti poi per l’astensione elevatissima che ci sarà: se entro in un ristorante e trovo solo cibi avariati salto il pasto. Credo che lo chef qualche esame di coscienza dovrà farselo invece di dar la colpa ai clienti.

C’è poi il caso Draghi.

Credo che le caratteristiche di un Presidente del Consiglio, specie se non eletto, siano la pazienza, la capacità di ascolto, di mediazione e di sintesi.

Draghi ha una carriera alle spalle del tipo in cui si obbedisce o si comanda. L’assertività in azienda e nelle banche è funzionale al raggiungimento di obiettivi determinati dal vertice e che non sono negoziabili dai peones. Non vedo dove possa avere imparato l’arte della creazione del consenso o come possa cambiare in vecchiaia. Nel suo bagaglio culturale c’è la visione liberista della economia fatta di concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi, il disconoscimento del ruolo dello Stato nella gestione e produzione di qualsiasi bene e servizio, l’abbattimento del welfare e il taglio della spesa pubblica.

Tutte cose che non hanno funzionato e, privo della certezza culturale dell’approccio liberista, è stato evidente il suo disagio verso misure di stampo keynesiano, come il bonus 110%, che in realtà hanno prodotto grandi benefici sulla ripresa economica e sulle dinamiche del lavoro. Un disagio che vigliaccamente non si è spinto fino ad affrontare in modo chiaro il problema, ma a uno strisciante cambio continuo di norme per affossare la misura. E non serve il fatto che nella replica Draghi abbia criticato chi ha scritto le regole di cessione del credito Superbonus, avendo avuto 17 mesi di tempo per riscriverle e avendo prodotto 17 cambiamenti normativi. La conseguenza è in migliaia di cantieri fermi e imprese a rischio fallimento e, checché ne dica la responsabilità è la sua.

L’economia è una scienza sociale molto lontana da un mondo di certezze e ogni misura favorisce alcuni ceti sociali e ne penalizza altri: occorre mediare e a questo serve la Politica.

Delle caratteristiche enunciate non ne vedo nessuna in Draghi in questi frangenti. Si è presentato al senato forte di un appello popolare artificioso, teleguidato dal PD. Un grido di dolore a cui non ha risposto presentandosi alle camere con un programma derivante da un lavoro di cucitura tra le forze politiche a cui chiede il consenso, ma con una sua visione autocratica di cosa sia giusto fare per il Paese, o per una frazione di questo.

E comunque di questa crisi non ha responsabilità Mario Draghi, o chiunque altro. È solo l’ennesimo salvatore della Patria che chiude in modo inglorioso, e in questo caso inaspettato. Ancora una volta i governi tecnici o di unità nazionale sono una finzione impossibile a qualsiasi scopo di soluzione dei problemi. Perché presuppongono la necessità dell’assenza della politica proprio nei momenti di crisi quando c’è più bisogno.  In una democrazia per risolvere le crisi politiche c’è solo il voto.

C’è voluto tempo, ma alla fine spero sia chiaro a tutti e che a nessuno venga più in mente di fare queste sospensioni di democrazia chiamati governi tecnici o di unità nazionale: è ora di diventare un Paese normale.  Una giornata che finisce con Enrico Letta che dice: ‘è stato un giorno drammatico’. E questo la dice lunga su chi ha condotto gli ultimi cinque giorni della ennesima tragicommedia italiana.

Pietro De Sarlo

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