Nei cento anni di Pier Paolo Pasolini c'è anche il filologo ignorato

Quinto appuntamento nell’atrio del Duomo di Salerno Domenica 24 luglio, alle ore 21, per l’Estate di questa seconda edizione di Salerno Classica, progetto ideato dalla Associazione Gestione Musica, che ha visto l’associazione concorrere e ottenere il finanziamento dal Fondo unico per lo Spettacolo.

La direzione dell’Associazione, Francesco D’Arcangelo, Fabio Marone e Gigi Lamberti ha inteso inserire in cartellone un omaggio a Pier Paolo Pasolini, nell’anno celebrativo del centenario della sua nascita, affidando il tributo a Francesco Galizia, fisarmonica e sax soprano, Pietro Verna, voce e chitarra al Quartetto d’archi Cecile, con Antonio Palazzo al pianoforte, il quale ha curato anche gli arrangiamenti e Gabriele Zanini, in veste di narratore. “Per questo io mi sento ancora fortemente commuovere dalla sua immagine che suona Bach; lei ha costruito un edificio solidissimo nella mia vita.”Così scriveva Pier Paolo Pasolini, nel 1946, a Pina Kalc, colei che lo avvicinò, ancora ragazzo, alla musica ed al violino. Pasolini, che considerava la musica come l’unica azione espressiva alta e indefinibile, amava la musica colta, ma al contempo non poteva non allontanarsi dalla passione per la canzone popolare e per quelle che lui stesso definì “canzonette”, la musica leggera. Tornare al Friuli degli anni Quaranta ci permette di scoprire alcune interessanti applicazioni o enunciazioni di un pensiero musicale che riconosce a musica e suoni, annidati nella parola o di per sé, o accostati ad altri codici, la capacità di oltrepassare i confini visibili del reale, evocarne il mistero e condurre l’espressione a un livello tanto complesso e profondo da fargli dire vent’anni dopo nell’autobiografia in versi del 1966-67, intitolata Poeta delle Ceneri:

[…] vorrei essere scrittore di musica,

vivere con degli strumenti

dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare,

nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto

sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta

innocenza di querce, colli, acque e botri,

e lì comporre musica

l’unica azione espressiva

forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà.

“Prima il silenzio, poi il suono o la parola” scrive Pasolini nel saggio Studi sullo Stile di Bach (Pasolini, 1944-45: 79). Come il suono della musica, anche il suono della parola poetica scaturisce dal silenzio, scava nel caos primordiale e approda alla matrice profonda del reale. Da lì quei suoni devono essere recuperati, dalle viscere della natura, anche della natura umana, se si vuol far risuonare quell’«infinità che [è] in noi e in tutte le cose terrene» (Pasolini, 1945-46, I nomi o il grido della rana greca: 197).

La sua inesauribile curiosità e straordinaria conoscenza lo porterà a comporre, in questo ramo, piccoli capolavori, Determinante è l’amicizia con Laura Betti, per la quale Pasolini scrive quattro canzoni in romanesco, Valzer della toppa, Macrì Teresa detta Pazzia, Cocco di mamma e Cristo al Mandrione, le prime tre musicate da Piero Umiliani e la quarta da Piero Piccioni, figlie dello studio sul dialetto durante la stesura di Ragazzi di vita e di Una vita violenta. Da ricordare è anche l’influsso potente che la scrittura pasoliniana in romanesco avrà sulla successiva generazione di cantautori, da Franco Califano alla Lella di Edoardo De Angelis, a Francesco De Gregori e Antonello Venditti, oltre, ovviamente,  all’indimenticabile Gabriella Ferri. L’interesse di Pasolini per il cinema lo spinge a sperimentare nella regia e nella sceneggiatura fin da Accattone, del 1961, per la colonna sonora del quale compie scelte di grande impatto, come nella scena della rissa, accompagnata e sacralizzata dalla Passione Secondo Matteo di Bach, seguito da Mamma Roma, che alterna brani di Vivaldi a canzoni come Violino Tzigano o un originale Cha Cha Cha di Carlo Rustichelli, accostandovi gli stornelli romani, cantati dalla voce autenticamente popolare di Anna Magnani.

no dei punti più alti della ricerca musicale in un film di Pasolini viene raggiunto però nel 1966, da Uccellacci e uccellini, in cui vengono musicati da Ennio Morricone i titoli di testa e di coda del film, trasformati dal regista in una sorta di filastrocca, cantata da Domenico Modugno, che firma nel 1968 anche la musica di “Tutto il mio folle amore”, in “Cosa sono le nuvole”, per il cui testo Pasolini si ispira a celebri frasi shakespeariane, interpretato magistralmente da Modugno, che ha anche una parte nell’episodio. La collaborazione con Morricone continua nel 1968, quando il Maestro compone la colonna sonora di Teorema, accostandola al Requiem di Mozart, e nel 1970, con i versi di Meditazione orale, commissionati per un disco dedicato al centenario di Roma Capitale, che Pasolini recita, con voce dolente, sulla musica di Morricone, perfetta colonna sonora di avanguardia per il lamento senza tempo del poeta. Di Morricone è la musica anche di I racconti di Canterbury, Il fiore delle mille e una notte, e dell’ultimo film di Pasolini, uscito postumo, Salò e le 120 giornate di Sodoma, a testimoniare un’amicizia densa di rispetto e stima reciproca. In Medea troviamo invece atmosfere orientali, con Hussein Malek che compone The Segah Mode. La figura e l’immaginario pasoliniano hanno ispirato tantissimi musicisti che gli hanno dedicato, negli anni, canzoni e omaggi, come “A Pà” di Francesco De Gregori e “Una storia sbagliata” di Fabrizio De André. Lo spettacolo, che prende il titolo proprio dallo struggente brano del cantautore romano, ripercorre, in musica e parole, l’amore pasoliniano per l’arte e la bellezza, andando ad intrecciare, in un crescendo costante, musica colta e brani del panorama cantautorale italiano ad aneddoti e poesie.