Nelle casse della potente cosca Mancuso finivano anche i proventi del commercio dei carburanti. Per il gup del Tribunale di Catanzaro Paola Ciriaco non c’è dubbio che una parte dei profitti finiva al boss Luigi Mancuso sulla base di un accordo preesistente con l’imprenditore Giuseppe D’Amico. È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza di primo grado del processo nato dall’inchiesta Petrolmafie. Il 5 ottobre scorso il gup aveva condannato Francescantonio Anello a 7 anni e 8 mila euro di multa; Giuseppe Barbieri a 6 anni e 6mila euro di multa; Gerardo Caparrotta, 4 anni e 3mila di multa; Armando Carvelli a 3 anni e 2 mesi reclusione; Giovanni Carvelli a 3 anni e 4 mesi; Vincenzo Zera Falduto a 2 anni e 10 mesi; Giocchino Falsaperla a 3 anni e 8 mesi; Luigi Agatino Lopez Murgia a 3 anni e 4 mesi; Pasquale Gallone a 6 anni e 6mila euro di multa; Giorgio Salvatore, 7 anni e 10 mesi di reclusione; Gabriele La Barbera a 1 anno e 6 mesi; Giuseppe Mercadante a 4 anni e 2 mesi di reclusione; Antonio Ricci a 2 anni e 6 mesi; Daniele Prestanicola a 7 anni e 8mila di multa; Domenico Rigillo a 7 anni e 10 mesi; Orazio Romeo a 5 anni; Alessandro Primo Tirendi a 6 anni e 8 mesi; Angelo Ucchino a 3 anni e 2 mesi di reclusione e Salvatore Ucchino a 3 anni e 8 mesi. Erano stati assolti Gregorio Gioffrè; Marco Lione e Filippo Fiarè. Nella sentenza il gup sottolinea che «le pretese economiche di Luigi Mancuso non erano legate a un qualche suo coinvolgimento diretto nell’affare ma integravano la richiesta di una tangente da corrispondere al capo locale per l’avvallo dell’affare». In una conversazione intercettata due imprenditori discutevano di un canale per approvvigionarsi dalla Slovenia, questioni per le quali avevano ottenuto il pieno mandato di agire dal boss Luigi Mancuso.

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