Morì perché non si riconosceva nei canoni della sua famiglia. Una famiglia mafiosa. Maria Concetta Cacciola aveva solo 31 anni. Un’eternità davanti a sé, ma anche una zavorra morale che si portava dietro: figlia di Michele Cacciola e nipote del boss Gregorio Bellocco (dell’omonimo clan di Rosarno). Oggi il suo nome è tornato d’attualità perché tra gli indiziati per la scomparsa dell’imprenditore agricolo di Gioia Tauro, Agostino Ascone, c’è anche Salvatore Figliuzzi, ex marito della Cacciola, già condannato nel processo Bosco Selvaggio.

La scelta di diventare testimone di giustizia

Nel maggio del 2011, Maria Concetta Cacciola scelse di collaborare con la giustizia e venne inserita in un programma di protezione che la portò in Liguria. I figli restarono con la nonna materna. Ed è proprio la nostalgia per i suoi pargoli che la indusse a chiamare la madre, Anna Rosalba Lazzaro, svelandole dove si trovasse. Ma aver collaborato con le forze dell’Ordine non le venne perdonato dalla famiglia d’origine e, spaventata dalle minacce (“Torna a Rosarno o non rivedrai più i figli”), si convinse a rientrare, firmare una ritrattazione e registrare un’audiocassetta. Maria Concetta Cacciola fu trovata senza vita nel bagno di casa dopo aver ingerito acido muriatico e, al termine del processo (con rito abbreviato) sulla sua morte, sono stati condannati il padre Michele (6 anni e 6 mesi), la madre Anna Rosalba (4 anni e 10 mesi) e il fratello Giuseppe (5 anni e 8 mesi) oltre agli avvocati.

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