Secondo una analisi dell’Istituto Cattaneo  la maggiore quota dei seggi contendibili si trova al Sud, quindi i collegi del Sud potrebbero essere decisivi. Sarebbe un’occasione unica per il Mezzogiorno per far pesare una volta tanto la propria voce.

Queste elezioni non sono come le altre: c’è un sistema nettamente maggioritario, la vittoria preannunciata delle destre a causa della ormai conclamata incompatibilità tra il PD e il M5S, e poi i tanti personalismi del centro e della sinistra.

Assente la dialettica democratica, che prevede mediazione e pazienza. Questa assenza dal governo si è trasferita al parlamento, poi all’interno dei partiti. Non votiamo più per un partito o un programma ma per Letta, Calenda, Meloni, Conte ecc.  Poi c’è il convitato di pietra: Draghi, che viene evocato ma non candidato. Mi pare un aggiramento sostanziale del processo democratico.

La novità della autonomia differenziata e i chiarimenti necessari

L’altra pesante novità di questa tornata elettorale è nella autonomia differenziata che è stata citata nel discorso sulla fiducia fatto da Draghi stesso al senato, e quindi.  è parte della Agenda Draghi. Su questa questione occorre fare chiarezza non solo al Sud, ma in tutto il Paese per comprendere se l’Unità d’Italia sia ancora un valore condiviso o meno.

L’autonomia differenziata fu oggetto dei referendum del 2017, in Veneto e Lombardia, e questi furono spinti dalla propaganda  antimeridionale coperta dalle proditorie analisi di Luca Ricolfi dell’Osservatorio del Nord e rilanciate dai media dei salotti buoni della economia, per esempio il Corsera.

Da notizie stampa apprendo che Luca Ricolfi sarà candidato da FdI. Alle storiche minacce alla Unità del Paese della Lega Nord, si è aggiunta l’agenda Draghi-Letta e Giorgia Meloni,FdI dovrà spiegare all’elettorato del Sud, dove si prepara a fare il pieno, le ragioni di questo innamoramento nei confronti di un personaggio francamente impresentabile per il Sud come Luca Ricolfi.

Così come il PD che pare orientato a candidare Elly Schlein. Sicuramente è preparata e ripete correttamente il libro della sinistra, che regolarmente viene riposto in cantina dopo le elezioni, però è anche la vice governatora di Bonaccini, uno dei nemici del Sud, e sul web, su questa questione, di Elly non ho trovato altro che elusivi balbettii. Sarebbe opportuno anche un chiarimento della posizione del M5S, visto che l’autonomia differenziata era parte degli accordi del governo gialloverde.

Nel merito

Non sono mai stato contrario per motivi pregiudiziali o ideologici all’autonomia, ma lo sono per questioni precise e che ancora una volta ripeto. L’autonomia differenziata, così come proposta dal DDL Gelmini, prevede la sottrazione degli accordi Stato – Regioni alla potestà del parlamento e il mantenimento degli attuali differenziali di spesa pubblica pro capite tra le regioni d’Italia.

Questa al Sud è di circa 5.000 € anno inferiore rispetto a quella del Nord Ovest, ossia 100 miliardi anno in totale. L’indice di correlazione con il PIL pro capite è elevatissimo: 0,8. Significa che già oggi dove c’è maggiore PIL c’è maggiore spesa.

I precedenti della legge risalgono al governo Gentiloni che nel febbraio 2018 firmò, nottetempo e quasi di nascosto, un accordo con i governatori Zaia e Fontana (Lega Nord) e Bonaccini (PD).

Di recente Mariastella Gelmini ha presentato un DDL che ricalca l’accordo Gentiloni, raccogliendo oltre ai governatori di Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna l’adesione di quelli di Piemonte (Ciro-FI) e Toscana (Giani-PD). A questo punto tutti i partiti dovrebbero chiarire, specialmente al Sud, e senza ambiguità il proprio orientamento su una riforma palesemente incostituzionale e che di fatto mina alla base le fondamenta dello stato unitario.

Intanto, sarebbe utile anche conoscere la loro visione dei problemi del Sud e le soluzioni conseguenti.

I presupposti teorici dell’autonomia: il residuo fiscale

A sostegno della autonomia si cita, sempre a sproposito, il residuo fiscale il cui padre è il Nobel James Buchanan (Federalism and fiscal equity – 1986).

In pillole: con questo termine si intende la differenza tra quanto i singoli individui forniscono al finanziamento pubblico e quanto ricevono in termini di servizi pubblici. Poiché il presupposto di ogni comunità politica o sociale, piccola a piacere, è quello dell’omogeneo trattamento in tutta la comunità delle persone a parità di reddito, ne consegue che in qualsiasi parte di essa l’individuo decida di risiedere riceverà lo stesso trattamento. Si tratta dei principi base riportati in ogni costituzione. Il residuo fiscale di un territorio deriva semplicemente dal fatto che in quel territorio, per vari motivi, sono concentrati individui con redditi più elevati.

Buchanan, su queste basi, spiegò il differente residuo fiscale tra i vari stati degli USA. Nella parte più liberista del mondo fornì il presupposto teorico per il trasferimento di risorse dagli stati più ricchi a quelli più poveri. In Italia viene usato al contrario: per giustificare la secessione dei ricchi. Ecco spiegato perché l’autonomia differenziata significa proporre la secessione, oltre ad evidenziare una manifesta incapacità culturale o di conoscenza di chi la mette in agenda, anche se si chiama Draghi. Peggio sarebbe ipotizzare il lucido perseguimento consapevole di obiettivi secessionistici. L’autonomia differenziata rappresenta in sintesi il venir meno di qualsiasi sentimento di comunità.

Al voto!

Il Sud e gli italiani hanno diritto a parole chiare, giusto per capire chi votare e se varrà la pena scomodarsi per andare al seggio. Al momento solo De Magistris ne sta facendo oggetto di campagna elettorale, ma dovranno chiarire la propria posizione i segretati di tutti i partiti. Sono curioso di vedere se Calenda, che sostiene la chiarezza dei programmi, lo farà. Dovranno sicuramente farlo tutti i governatori del Sud e tutti i candidati. Sperando che nasca un sentimento generale contro questa proposta, prima che sia tardi.

Pietro De Sarlo