Partiamo da una banalità che spesso viene dimenticata da molti. Un’azienda for profit ha un unico scopo, legittimo: fare profitti. Il prodotto dunque è un mezzo non un fine. La Stellantis, come le altre aziende automobilistiche, non ha lo scopo di produrre auto, magari elettriche, a basso impatto ambientale; non ha lo scopo di offrire una mobilità innovativa, pulita, sicura ed economicamente accessibile; non ha lo scopo di creare occupazione. Questi sono mezzi non fini. Mezzi necessari alla vendita di auto e veicoli, attraverso cui raggiungere lo scopo: il profitto. Anzi l’occupazione, il lavoro degli operai non sono neanche un mezzo ma, date certe condizioni, sono una necessità. Una necessità destinata a ridimensionarsi nei prossimi anni.

Tra gli obiettivi dichiarati da Tavares nella presentazione, a marzo scorso, del Piano strategico a lungo termine “Dare Forward 2030”, primeggiano: il raddoppio dei ricavi netti a 300 miliardi di euro entro il 2030; sostenere il margine operativo rettificato a due cifre per tutto il periodo del piano; generare più di 20 miliardi di euro di flussi di cassa liberi industriali nel 2030;  un rapporto di distribuzione dei dividendi del 25-30% fino al 2025 e del riacquisto fino al 5% delle azioni ordinarie in circolazione. Tutto il resto sono chiacchiere o tattiche.

Dunque, il Piano della Stellantis, possiamo dirlo, rischia di trasformarsi in un incubo per gli operai. E, leggendo tutti i documenti disponibili sulle strategie e gli investimenti nel mondo, Melfi appare come una specie di Cenerentola che attende un principe azzurro. Non è saggio fidarsi di Tavares e compagni. Bisogna misurare tutto sui fatti e ad oggi, date le condizioni, la realtà non sembra affatto migliorata.

Tutto quanto promesso da Tavares per Melfi dipende molto dagli incentivi pubblici. Senza quelli non se ne parla. Non a caso in questa fase la Stellantis è a caccia di incentivi in tutto il mondo. Non solo, molto dipende anche dal livello di disturbo sindacale: troppe “pretese”, troppi casini, non sono graditi. Così come non sono graditi i costi non solo dell’energia e degli altri fattori della produzione, ma il costo del lavoro. Agli operai deve essere chiaro: comanda Tavares. Del resto in tutte le corporation, in tutte le grandi aziende i lavoratori contano una cippa.

L’operaio che non vuole pulire i bagni

C’è un operaio che ha raccontato al nostro giornale di escludere la possibilità che lui vada a pulire i bagni. È un lavoro che devono fare gli altri”. Ebbene, quell’operaio non sa che per pulire i cessi esistono tecnologie che escludono la necessità che a farlo sia una persona. Se lo sapesse comincerebbe a farsi altre domande. Ma non lo sa. Lui vive lo status di operaio Fiat, quella condizione che ti fa sentire più dignitoso di tanti altri che lavorano nell’indotto o nei campi. Quel marchio identitario che all’origine dell’insediamento industriale ha trasformato migliaia di ragazze e ragazzi in lavoratori orgogliosi di appartenere a un’azienda. Quell’orgoglio che ha ispirato una “coscienza di casta” invece di una “coscienza di classe”. Quell’operaio deve sapere che se Tavares lo manda a pulire i bagni lui ci deve andare, altrimenti va a casa. Ed è questo che, giustamente, lui rifiuta. È questa la gabbia in cui tutti si sono cacciati, immaginando che ogni cosa si potesse risolvere dentro la fabbrica. Ogni cosa si potesse risolvere con lo strumento contrattuale e, nel peggiore dei casi, con gli accordi sottobanco per migliorare le proprie condizioni individuali fregandosene degli altri.  La scelta non può essere quella tra andare a casa e andare a pulire i bagni. Perché sarebbe, come nei fatti lo è già, decidere se lavorare in certe condizioni disprezzabili e indegne o morire di fame. E questa non è civiltà, neanche civiltà del lavoro.

La scomparsa della politica dalle fabbriche

E dunque gli operai addestrati a conoscere i loro diritti sindacali – sempre più ridimensionati – dovrebbero essere formati per assumere la coscienza di soggetti sociali. Dovrebbero impadronirsi della consapevolezza di essere soggetti politici prima ancora che oggetti della produzione e del consumo. La consapevolezza di essere cittadini prima che operai. Questa consapevolezza tutta politica e in fondo culturale, sembra scarseggiare. Scarsità generata soprattutto dalla completa spoliticizzazione del lavoro. Nelle fabbriche la politica è scomparsa. E questa scomparsa deresponsabilizza i partiti e le istituzioni. Sul tavolo rimane la continua ed estenuante negoziazione sulle misure salariali e sui miglioramenti contrattuali nel quadro di “un malinteso realismo, che si è risolto in moderatismo quietista e culto della stabilità”.

Tuttavia, al centro della crisi del lavoro, c’è la paura. Facciamo l’esempio di Tavares: se si creano le condizioni e le convenienze, Stellantis a Melfi chiude o delocalizza. E dunque i rapporti di forza sono influenzati da questo timore. La proprietà, gli azionisti, hanno sempre il coltello dalla parte del manico. La paura dei sindacati di perdere gli iscritti influenza il peso delle rivendicazioni sia sul fronte moderato sia sul fronte più conflittuale. Al centro gli operai pressati dalla paura di perdere posizioni, diritti o anche il posto di lavoro, sempre più confusi, fragili, disinformati, illusi e delusi. In questo triste contesto, ogni giorno l’obiettivo sindacale è “limitare i danni”. E quando i danni saranno insopportabili, l’insorgenza, forse, potrebbe scattare nelle forme più inedite. Ma sarà troppo tardi e magari la ribellione causerà problemi più gravi. Perché aspettare? I lavoratori, tutti, hanno bisogno di formazione, non di addestramento alle clausole contrattuali, ma di formazione politica affinché assumano coscienza politica. Paradossalmente è dalle fabbriche che può ripartire un processo di ripoliticizzazione della società e del lavoro. Condizione necessaria per immaginare un futuro apprezzabile.