Ho osservato con attenzione i social media in queste settimane di guerra in Ucraina. Non mi sorprende la montagna di certezze che emerge dal mare dell’idiozia, a questo siamo ormai abituati. Mi sorprende invece l’uso ludico che alcuni fanno delle notizie e delle immagini che arrivano dal fronte. In alcuni casi salta all’occhio quella modalità “buco della serratura” e gossippara con cui vengono trattati anche gli episodi più atroci di quel conflitto. Sullo sfondo una incredibile passione per la pornografia del dolore. Nel migliore dei casi le stragi di civili, i morti ammazzati e abbandonati per strada, diventano un gioco enigmistico. Vero o falso? Chi è il responsabile? Gli appassionati si combattono a suon di foto, video, dichiarazioni per sostenere l’una o l’altra versione: “trova l’errore”.

Da buoni telespettatori e guerrieri dei social proviamo a risolvere gli enigmi comodamente seduti nel salotto di casa, navigando furiosamente sul web alla ricerca di indizi e soluzioni a sostegno delle nostre ipotesi campate in aria. Oppure ritagliamo frame di servizi televisivi per costruire il nostro puzzle di fantasia.

In questa dinamica alcuni sono convinti di possedere l’informazione (nel senso di possesso) e non si accorgono che in questo modo sono posseduti loro stessi da un sistema che li conduce al punto più estremo dell’autodistruzione cognitiva.

Tuttavia, una guerra, un eccidio, un genocidio, non sono quasi mai apparsi nella storia sotto forma di enigma. L’enigma è qualcosa che si può risolvere e condurre finanche a una spiegazione razionale. In tal caso è materia degli storici non certo di un Naplam51 qualunque.

Le tragedie causate dall’uomo a danno di altri uomini, le atrocità, le uccisioni di massa, l’orrore che viaggia ogni giorno a tutte le latitudini del Pianeta, spesso sono un mistero. Un mistero che resta inaccessibile al nostro intelletto, alla nostra ragione, al nostro pensiero di umani. Per cui gli storici provano, anche riuscendoci, a risolvere gli enigmi con spiegazioni spesso diverse e contrapposte. Il mistero no, non lo risolvono neanche gli storici.

Un mistero risiede nella domanda “perché esiste la guerra”. In questo caso non è credibile alcuna risposta razionale, anzi non esiste alcuna risposta. Si potrebbe tuttavia tentare una strada, quella della metamorfosi dentro le radici dell’umanità considerando Marx: “le radici dell’uomo sono nell’uomo stesso”. La metamorfosi che spiegava Edgar Morin: un processo di trasformazione che, al contrario della rivoluzione, non prevede la rottura totale con il passato, prevede invece l’utilizzo dell’esperienza culturale della storia passata dell’umanità. Utopia? Meglio l’utopia che l’idiozia.

Eppure, continuiamo a considerare la guerra e tutte le altre atrocità, circoscritte o su larga scala, come un macabro gioco enigmistico nel quale le vittime scompaiono completamente dal radar della realtà, mentre in molti casi funzionano da molla emotiva per il game start. Per capirci, il meccanismo è lo stesso di quando si verifica un femminicidio: buco della serratura, gossip, corsa alle motivazioni del carnefice, e la vittima scompare, anzi ricompare per trasformarsi in causa del delitto.

Detto questo, sarebbe il caso che i vari Naplam51 giocassero in gruppi social privati, come si fa con certi videogame tra appassionati, evitando di disturbare l’intelligenza e la sensibilità di chi si oppone a tutte le guerre senza se e senza ma e mette al centro della realtà i morti: bambini, donne, anziani, soldati, uomini. Morti assassinati, è questa la definizione più corretta, che sputano in faccia alla nostra coscienza.