C’è un problema. Abbastanza noto, ma largamente sottovalutato: l’ignavia. La società italiana è piena di ignavi, quelli che Dante considerava indegni delle gioie del paradiso, ma anche delle pene dell’inferno perché durante la loro vita non si sono esposti, mai schierati da una parte o dall’altra.  Gente che non è stata mai buona e neanche cattiva, senza idee, senza attributi e perciò allineata, a fine partita, sempre con il più forte o con il vincitore.

In Basilicata le persone senza infamia e senza lode, abbondano ovunque. Basta guardarsi intorno negli uffici, nelle fabbriche, nelle istituzioni: non esprimono mai un’idea, un pensiero, sono sempre pronte ad applaudire chi ha più potere.

Secondo alcuni psicanalisti la personalità dell’ignavo corrisponde esattamente a quella del “vigliacco narcisista”: “non si espone e non esprime più di tanto (o per nulla) la propria posizione su fatti sociali, più o meno pubblici, su problematiche relazionali tra amici e parenti e nemmeno su se stesso.” Zitto rimane.

Secondo la psicoanalisi del profondo, quel narcisismo va inteso come “super compensazione del complesso di inferiorità mascherato da senso di grandiosità. All’ ignavo interessa mantenere alta l’immagine del proprio io per se stesso e per gli altri, non essendo in grado di reggere la replica contraria, che porterebbe ad inevitabili crolli di un’autostima già precaria.”

Costoro alimentano la sub cultura della mafiosità poiché usano il silenzio e la tolleranza per convenienza personale.  “Se appari debole, mansueto, silenzioso, innocuo, il potente di turno o il malfattore o il disonesto, hanno scarsi motivi di comportarsi con arroganza nei tuoi confronti o di farti del male.” Questo pensa l’ignavo. Tuttavia gli ignavi furbi “sono peggio dei nemici dichiarati, proprio perché spendono parole sopraffine per arrendersi al sopruso, oppure fingono soltanto di opporvisi.”

La Basilicata è piena di ignavi sia con la personalità del vigliacco narcisista sia con la personalità del furbo fallace. Non si spiegherebbero le ragioni per cui personaggi evidentemente ambigui, protagonisti di vicende socialmente disprezzabili, attraggono frotte di gente nei luoghi della vita pubblica. Osannati, riveriti, benvenuti nei club e nei circoli della vanità.

Scatta quel mal riposto senso dell’amicizia che funge da copertura morale nella coscienza dell’ignavo. “E’ un amico”. Si va al bar a prendere il caffè e a fare quattro chiacchiere col mafioso. Si va alla “corte” del truffatore per evitare di diventare vittima dei suoi sofisticati mezzi spargi fango, o per convenienze personali. Si va a pranzo con l’imprenditore e manager che ha lasciato in mezzo alla strada decine di lavoratori, per fallimento “doloso”. Si va a cena col politico che ha fatto disastri, anzi lo si vota e lo si ri-vota.  Si va al mare col dirigente condannato per peculato. “Tutti possono sbagliare”, certo. Ma non è tollerabile la continua reiterazione dell’errore dovuto anche alle coperture degli ignavi, alla sub cultura del potere. Non è tollerabile che i protagonisti della reiterazione del malaffare facciano carriera.  Da ultimo, è penoso il silenzio generale di fronte alle false costruzioni di fatti e storie di uomini e donne che meriterebbero l’oblio anziché le celebrazioni.

Viviamo in una regione dove ancora oggi, dopo secoli di storia, prevalgono l’indifferenza e il silenzio al servizio dell’avanzata del deserto morale di personaggi “gonfi di autocompiacimento fittizio.” Gli ignavi non sono manichini, sono attivi coltivatori del terreno sociale arido e sterile dove sguazzano centinaia di guappi dell’alta società del malaffare. Perciò l’ignavo lucano non si lava le mani come Ponzio Pilato, fa di più: assolve Barabba e condanna Gesù. Scusate la metafora.

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