Napoli continua a nutrire l’immaginario di scrittori e registi, lo vediamo in libreria come al cinema. L’esordio narrativo di Rosa Anna Cirigliano, nata in Basilicata ma ri-nata come tanti lucani da sempre all’ombra del Vesuvio, ne interroga i mille volti con lo sguardo dell’esule grato alla città di Partenope per avergli svelato l’arte della sopravvivenza, sussurrato dialoghi immaginari tra i giganti della storia, suggerito che esiste una definizione di bellezza lontana dai canoni del perbenismo borghese.

E Napoli in effetti è la città italiana che più di ogni altra li mette alla prova: sono belli i palazzi fatiscenti accanto ai templi della cultura accademica? Forse sono pittoreschi? O al contrario, sconci e basta? Il turista che scende a Piazza Garibaldi lo decide in una frazione di secondo, o c’è la condanna senza appello o scatta l’innamoramento viscerale. Un paesaggio esteriore che rispecchia quello interiore e che obbliga a interrogarsi sul proprio personale senso del decoro.

Per uno scrittore, certo, questa decisione è più impegnativa, perché il tema non è estetico, ma politico, e di una certa urgenza. Bisogna misurarsi con una lunga tradizione che condanna o esalta la viva umanità dei vicoli, che la identifica come il fattore di sottosviluppo che tarpa le ali a quella che altrimenti sarebbe una metropoli europea, o che la benedice come forza animalesca, propulsiva, vitale. Quest’ultimo punto di vista è adottato con naturalezza dall’autrice per i punti di contatto che rileva con la Lucania, che per lei è un’ “isola senza essere circondata dal mare”, terra del rimorso e del silenzio, abitata dalla stessa umanità dolente che si ritrova, sotto una forma molto meno malinconica, nei vicoli di Spaccanapoli, dove le contaminazioni tra patrizio e plebeo, tra sacro e profano hanno preso la forma immediatamente riconoscibile dei bassi. La metropolitana è il luogo prescelto per osservare luoghi e caratteri, simbolo di una modernità lacerante che fluttua nel ventre della città mettendo in evidenza ruoli sociali e stereotipie di comportamento, ma la cui ritualità è in grado di avvicinare sguardi estranei e rendere vicino ciò che in apparenza è distante. Come in una favola urbana, il Controllore e la Ragazza sono spinti l’uno verso l’altra da un sentimento che prova a definirsi più volte (una con particolare efficacia: l’amore è lo sguardo dell’altro che ti vede migliore, rendendoti tale), ma su cui pende l’ipoteca del tic linguistico dell’ “O forse no”, ironia che dissolve certezze senza però inibire speranze.

Un libro che parla di prossimità, di umanità, di nostalgia, aprendo spaccati di quotidianità in cui è facile riconoscersi grazie a sintesi fulminanti come quella sul senso che dovrebbe avere una giornata lavorativa: “Lo sguardo si interrompe quando entro nel grande portone in legno; salgo le scale, inserisco il codice della mia nuova giornata lavorativa e apro la parentesi delle otto ore che mi permettono di comprare il mio tempo libero. […] La produttività, il lavoro, le serene gerarchie devono restare lì, dentro il grande portone in legno. Dopo devi cambiare chiavi e codici e creare una nuova passione, un’attenzione diversa e una serenità fatta di tempo libero o incatenata alla vita privata. Avere un’intuizione, una buona idea che crea la sua dignità in otto ore. Io entro in uno spazio diverso che non confondo mai con la vita perché sono appassionatamente banale. Lavoro, guadagno, vivo”. (Recensione di Eleonora Fortunato)

La copertina del libro di Rosa Anna Cirigliano

Libro Rosa Anna Cirigliano