In mostra a Monopoli uniformi e oggetti che hanno fatto parte della storia di Alitalia e dell’immagine del nostro Paese. Alitalia ha rappresentato per decenni il nostro Paese in tutto il mondo, incarnando indubbiamente un’epoca, rappresentando un “lifestyle” che ha fatto breccia nell’immaginario collettivo, attraverso un apparato di comunicazione che andava dalle uniformi di sartoria – disegnate negli anni da Delia Biagiotti, Titta Rossi e Mila Schön e poi ancora Mondrian e Armani – per citarne alcuni – all’impressionante carrellata di nomi di grandi stilisti che hanno progettato anche gli interni degli aeromobili e gli oggetti che avevano a che fare con il concetto “di bordo”, fino a fare degli aeromobili delle icone volanti.

Purtroppo, scelte manageriali discutibili hanno condotto la cosiddetta “compagnia di bandiera” verso il baratro della chiusura. Oggi, come noto, Alitalia non esiste più. Come noto, prevale oggi un approccio commerciale al volo definito “low-cost”, che occulta i vecchi prezzi in varie forme.

Come ci spiega Nicky Persico, giornalista, scrittore ed ex steward, “Alitalia ha espresso qualità e immagine – al di là dell’attenzione estetica – soprattutto nella cura per la selezione e l’addestramento degli Assistenti di Volo. Una categoria di professionisti il cui operato è stato sovente misconosciuto ai più, che prevedeva canoni psicofisici molto elevati, – non solo il piano dell’immagine, dunque – ma anche il comportamento e – soprattutto – della sicurezza. Era previsto lo studio del ‘customer care’, l’estetica, la medicina, la sicurezza: tra un corso di assertività e una simulazione di ammaraggio si dovevano superare moltissimi esami. Non tutti, riuscivano”.

Una volta ottenuti i primi brevetti, si svolgeva un secondo periodo di necessario addestramento ‘on the job’, che di solito durava altri sei mesi, in cui si girava il mondo come Assistenti di Volo aggiunti, onde accumulare le ore di volo propedeutiche a sostenere gli esami finali al Ministero e finalmente entrare in linea come ‘Titolare di porta’, come si diceva in gergo. Alla fine, ci si iscriveva ad un Ente – che ora non esiste più – denominato “Gente dell’aria”.

Come sottolinea la scrittrice e hostess Marina Iuvara, “il compito primario di Hostess e Steward è sempre stato quello meno visibile, che richiedeva competenze svariate, come saper distinguere i sintomi di un infarto o di un’angina pectoris e intervenire efficacemente in entrambi i casi, accertarsi prima del volo dell’efficienza di tutti i dispositivi di sicurezza, saper gestire un incendio in volo, avere ben chiaro come comportarsi con uno o più dirottatori e se possibile individuarli prima che potessero agire o durante il dirottamento stesso segnalando possibili complici ancora non entrati in azione, sia nella gestione dei rapporti con gli stessi per evitare che determinate situazioni potessero precipitare. Persone che, in caso di “Crew Incapacitation”, ovvero un pilota che si sente male, avremmo visto sedute in cabina di pilotaggio accanto al comandante per garantire il rientro a terra del velivolo: perché questa, è la procedura prevista”.

C’è chi ha provato a raccontare questo universo dall’interno: si tratta di Marina Iuvara, con quasi trent’anni di volo alle spalle nella Compagnia di bandiera, e Nicky Persico, che ha poi mutato la propria rotta professionale verso l’avvocatura.

I due scrittori hanno messo a disposizione le proprie uniformi e molti oggetti ormai divenuti rarissimi, per una mostra nel centro storico di Monopoli, nei pressi della Biblioteca, nello spazio messo a disposizione da “Compagnia Portuale”: un tuffo nell’immagine con una uniforme Mondrian per lei e George Sartori – entrambe sartoriali – unitamente a molti oggetti che hanno accompagnato il loro lavoro intorno al globo visibili in questo spazio/negozio decisamente affascinante e pieno di charme. Non mancano, naturalmente, i loro libri: “Vita da hostess” (Oakmond Publishing) di Marina, disponibile anche tradotto in inglese, e “Il volo del pettirosso” (Les Flaneurs) di Nicky Persico, sulla cui copertina campeggia la stessa uniforme esposta per l’occasione. Un modo per rivivere da vicino un’intera epoca, e per fare un tuffo nel ‘blu dipinto di blu’, quello del cielo.