“Carlo Levi-Lo sguardo della prosa nello sguardo della pittura” è il titolo del saggio scritto da Michela Marano (Guida Editori) in cui si propone una dissertazione sulla produzione artistica di Carlo Levi, mirando soprattutto ad evidenziare la centralità del periodo lucano, perché, al di là del successo editoriale del Cristo, la sua pittura è ancora sconosciuta, non perché complessa o ermetica, al contrario proprio perché si presenta come leggibile e diretta, capace di raccontare nature, luoghi e volti con una tale semplicità.

L’autore -spiega l’autrice-con il suo linguaggio iconico e verbale ha consentito la comprensione di “un mondo chiuso, velato di neri veli, sanguigno e terrestre”, il quale non appare dunque come un qualcosa da superare, ma come un universo di valori da comprendere da cui partire per l’edificazione di una civiltà alternativa e capace di prendere le distanze dai falsi ideali urbani invadenti e feticizzanti, accettati acri-ticamente.

L’efficacia della sua produzione letteraria – pittorica lucana sta nella chiara rivelazione di una civiltà studiata nei suoi risvolti più intimi e percepita nel segreto di una insospettata e antica saggezza, mediante una poetica che si tinge di contrasti cromatici e dolente mitizzazione. Si è ritenuto quindi necessario ripercorrere la duplice direzione su cui si muove il Cristo sia come opera letteraria sia come produzione pittorica del confino: da un lato si riscontra una direzione a centrare il nuovo e il diverso, con animo zelante e con una partecipazione più diretta, priva di qualunque raffinata ricerca stilistica, dall’altro vi si scorge l’interesse a scandagliare ciò che non muta e resiste nel tempo. Da una lettura attenta dell’opera leviana si evince come il Mezzogiorno sia stato il grande ed imprescindibile laboratorio che portò in seguito Levi a prendere parte a dibattiti, appelli, congressi e a svolgere una vita sociale più intensa, tanto da diventare l’ambasciatore di tutte le Lucanie della Terra, termine esteso alle aree terzomondiste depresse, di cui si iniziava ad avvertire un inatteso risveglio. Egli dà voce ai piccoli, agli umili, agli oscuri con la certezza di poter introdurre valori altri al mito della modernità: la Lucania è cioè paradigma di quel riscatto sociale e individuale, delle zone della diversità e dell’emarginazione, dell’inconscio e del cosiddetto irrazionale.

La parola e i colori si trasformano in luoghi deputati di nuovi rapporti in cui si condensano arte e documento, soggettivo e collettivo, risarcimento della privata coscienza e origine di una nuova; il testo e i dipinti lucani sono documento, racconto fiabesco e mitico del Regno delle Madri, descrizione etno – sociologica, pittura e memoria, modello di riferimento per quegli scrittori che in varie occasioni hanno mutuato l’oggetto delle loro opere e delle loro incursioni nel- l’ “immaginario”. E soprattutto l’opera letteraria Cristo si è fermato a Eboli rappresenta un momento decisivo nell’ambito della narrativa meridionale e di quel periodo di diffuso bisogno di prosa che contraddistinse la letteratura neorealistica, per gli echi che ha promanato su intere generazioni di scrittori dell’area meridionale, come Rocco Scotellaro che dalle sollecitazioni dell’amico Levi, ha mutuato l’amore per la terra e il desiderio di riscatto sociale. La figura di Levi è infatti quella di uno scrittore che subito dopo l’esperienza del fascismo ha suscitato vivamente l’interesse per regioni ancora incomprese, narrando una storia fuori della storia e del tempo in cui il dato antropologico sfocia apertamente in poesia, pittura, oralità e prosa; dunque la sua opera deve situarsi in una prospettiva ermeneutica più ampia, che rimotiva l’interesse artistico dei suoi ritratti e paesaggi contadini, dando a essi un significato che va oltre il semplice valore testimoniale, ponendosi al termine di un febbrile processo storico segnato dall’egemonia della cultura del progresso e riproponendo interrogativi inquietanti circa il destino dell’uomo. La produzione artistica sulla Lucania è dunque particolarmente emblematica, centrale nel percorso complessivo dell’artista, infatti, nel dopoguerra non c’è mostra personale in cui non vengano riproposte le tele del confino: interesse che si deve in primo luogo al successo del Cristo pubblicato nel 1945, il quale collega in un nesso inevitabile produzione letteraria e produzione figurativa ispirata a quella regione, in cui si abbandona l’atteggiamento contemplativo dell’arte in nome di una pittura realista e socialmente impegnata, intesa spesso come un ininterrotto racconto visivo, dove le opere, sino al lungo pannello di “Lucania ‘61”, sono legate da sottilissime trame narrative. In alcune mostre, per esempio quella della Biennale di Venezia del 1954, Levi espose i suoi quadri lucani secondo un criterio di allestimento continuo, con un minimo intervallo tra quadro e quadro, perché la storia visiva della Lucania doveva ricomporsi in un unico grande mosaico di ritratti e paesaggi.

Michela Marano nata ad Avellino nel 1981, ha conseguito la laurea di dottore in Lettere e Filosofia, scrittrice, docente di ruolo di materie letterarie nella provincia di Avellino. Ha conseguito nel marzo 2020 un master in cinema, teatro e spettacolo. Collabora con il settimanale cattolico irpino Il Ponte, con Il giornale dell’Irpinia e con l’Università Irpina del tempo libero. Diverse le pubblicazioni sia in volumi che su riviste letterarie.

La copertina del libro

Libro Levi