Abbiamo letto con attenzione le carte relative alle vicende giudiziarie che hanno interessato la Basilicata negli ultimi mesi. Una lettura correlata ai fatti accaduti in questo ventennio legati alla fenomenologia dei potentati lucani, per cui siamo sempre più convinti che il potere, piccolo o grande che sia, trasforma le persone, o meglio il loro cervello. In Basilicata, come altrove, esistono i “delinquenti” per vocazione e quelli che lo diventano per causa della posizione di potere che occupano. Questi ultimi si trasformano anche per causa della spasmodica ricerca dell’opulenza: soldi, agiatezza, accumulazione patrimoniale.

Che succede nella testa di quei politici che si fanno rimborsare, con i soldi pubblici, un orsacchiotto o una cena galante con l’amante? Di quali guasti al cervello è vittima il magistrato, l’imprenditore, il dirigente, l’amministratore, il politico, che trucca i concorsi, che manipola gli appalti, che trucca le aste, che corrompe e si fa corrompere?

Molto dipende dal potere e dagli effetti psicologici che causa. Il potente, nell’esercizio del potere perde alcune capacità fondamentali. Diventa meno empatico e meno percettivo. Meno pronto a capire gli altri. Il potere dunque fa perdere il senso della realtà. Ti porta a vivere in un altro mondo tutto tuo e del tuo sistema di realtà deformata. Il potente è narcisista: “un cocktail deteriore di arroganza, freddezza emozionale e ipocrisia.”

“Secondo Dacher Keltner, docente di psicologia all’università di Berkeley, due decenni di ricerca e di esperimenti sul campo convergono su un’evidenza: i soggetti in posizione di potere agiscono come se avessero subìto un trauma cerebrale. Diventano più impulsivi, meno consapevoli dei rischi e, soprattutto, meno capaci di considerare i fatti assumendo il punto di vista delle altre persone.” (A.M. Testa, 2017).

Potrebbe essere questo un motivo che espone alcuni potenti al rischio di essere beccati con le mani nel malaffare. La naturalezza con cui compiono atti illegali dipende anche dal senso di impunità e dalla carica di superbia che li caratterizza nella loro percezione della realtà. Quasi tutti presentano una forte tendenza a fregarsene degli altri.

Spesso queste persone sono circondate da una corte di scudieri e ammiratori che tendono a elogiare, magari ipocritamente, il loro capo per ingraziarselo, la qual cosa non aiuta il “povero” potente a mantenere un sano rapporto con la realtà.

Dagli atti di indagine sulle vicende giudiziarie (intercettazioni ambientali, riscontri sulle modalità di esercizio di abusi, falsi, minacce, ricatti, dossier, eccetera) oltre che dall’analisi del sistema di potere negli ultimi 20 anni, emerge chiaramente un mondo abitato da cervelli danneggiati. Gente che distrugge tutto e costruisce nulla. Gente che consuma fiducia senza produrla e che si arricchisce spolpando il territorio in cui esercita il potere.

Talmente danneggiati che, nei loro comportamenti, è facile riscontrare anche un’altra frequente caratteristica: il delirio di onnipotenza. In questo delirio non si accorgono del loro fallimento, nonostante siano dei falliti. Oltre il recinto del malaffare non riuscirebbero a costruire nulla, senza il sostegno del sistema malato di cui fanno parte, e che essi stessi alimentano, non sarebbero magistrati, politici, imprenditori, giornalisti, avvocati, dirigenti, funzionari, primari, editori, con un conto in banca assolutamente immeritato e, a volte, praticamente rubato.

©Riproduzione riservata

Estratto da un editoriale già pubblicato il 20 febbraio 2020 con il titolo “Psicopatologia del potere” e modificato per la pubblicazione odierna.