Il tema delle Autonomie Differenziate, proposto da alcune Regioni più ricche del Paese (Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna) è ritornato in auge negli ultimi mesi, in cui si è assistito a una brusca accelerazione. Molti, soprattutto al Sud, non hanno avuto il tempo di approfondire il tema, che potrebbe avere molte ricadute sulla qualità dei servizi erogati sui nostri territori. Ne parliamo con Guglielmo Forges-Davanzati, professore associato di Economia politica all’Università del Salento.

Perché metter mano a un’ulteriore accelerazione regionalista, visti i risultati della riforma del Titolo V della Costituzione, approvata nel 2001?

La risposta si articola in due passaggi. In primo luogo, come dimostrato dalla riforma del titolo V della Costituzione, e contrariamente alle intenzioni dichiarate dei promotori, il federalismo in Italia non ha prodotto crescita né ha ridotto i divari regionali (che infatti sono aumentati negli ultimi decenni). L’evidenza mostra che il federalismo dei primi anni Duemila ha contribuito a far crescere l’indebitamento pubblico. Einstein diceva che è follia ripetere lo stesso errore aspettandosi risultati diversi. Non ha alcun senso dunque attendere esiti positivi per l’Italia nel suo complesso dall’autonomia differenziata, dal momento che non è altro che un’accelerazione del federalismo fiscale.

In secondo luogo, per comprendere le ragioni profonde del progetto autonomista, occorre capire la ristrutturazione del capitalismo italiano nella crisi. Si parta dalla constatazione per la quale il Mezzogiorno non è più un rilevante mercato di sbocco per le imprese del Nord. Non lo è a causa del calo dei consumi, imputabile alla crescita del tasso di disoccupazione e della povertà, dell’incidenza del lavoro precario, della denatalità (quest’ultima più intensa a Sud che a Nord): è stato calcolato che la perdita di prodotto tra il 2007 e il 2019 è stata pari al 2% nel Centro-Nord e al 10% nel Mezzogiorno, confermando quella che nell’ultimo rapporto Bankitalia sui divari territoriali viene considerata una tendenza (all’aumento appunto di tali divari) comune alla gran parte delle economie avanzate, Germania esclusa. Contestualmente, la Germania ha rafforzato la sua posizione di primo mercato di sbocco delle merci e dei prodotti intermedi italiani (esportiamo prevalentemente componentistica auto, chimica, metalli, apparecchi elettrici e prodotti alimentari, fra i quali ortaggi e frutta). In tal senso, la richiesta di autonomia può essere letta come il tentativo, per le regioni del Nord, di accelerare la loro integrazione con l’economia tedesca, in una condizione di estrema crisi dell’industria del Nord. Il problema, posta la questione in questi termini, è che il Nord finirebbe per sincronizzare il suo ciclo economico a quello della Germania, rischiando di diventarne l’area più debole. Peraltro, senza voce in capitolo sulle decisioni di politica economica lì assunte. L’autonomia differenziata potrebbe essere dunque un boomerang – nel lungo periodo – per le stesse regioni che la richiedono.

Quali sono (erano) i rischi del ddl Gelmini sulle Autonomie Differenziate, per il Sud e la tenuta del Paese?

Esistono già rilevanti sperequazioni territoriali nella fornitura di servizi essenziali, che si sono create (o notevolmente accentuate) proprio a seguito della spinta federalista dei primi anni Duemila. Nel Rapporto Istat “Nidi e servizi educativi per l’infanzia” si legge che i posti disponibili nei nidi e nei servizi integrativi pubblici corrispondono al 12.3% del bacino potenziale di utenza al Sud, a fronte di una media nazionale del 24.7%, nell’anno scolastico 2017-2018. Si tratta peraltro di una dotazione notevolmente inferiore all’obiettivo del 33% fissato dal Consiglio europeo di Barcellona del 2022 per sostenere l’occupazione femminile. Altre sperequazioni si ritrovano in altri servizi comunali e nella spesa infrastrutturale dei Ministeri. Su fonte Istat, la spesa statale per i servizi socioeducativi destinati ai bambini pugliesi ammonta a circa un sesto rispetto a quella sostenuta per i coetanei nati in Emilia-Romagna. In Lombardia è circa tripla e in Veneto doppia. A Milano circa il 90% dei bambini può usufruire del tempo pieno a scuola, a fronte del solo 4% di Palermo. Il 17.1% delle scuole italiane del primo ciclo è privo di palestre e strutture sportive, con una percentuale che sale al 23.4% al Sud. Gli investimenti del Pnrr nell’ambito dei trasporti assegnano alla Puglia l’8.09% del totale delle risorse destinate all’acquisto di autobus urbani a emissioni zero. Alla Lombardia, invece, andrà il 17.36%.

In più, non è del tutto chiaro se il progetto autonomista si baserà sulla spesa storica o sui livelli essenziali delle prestazioni. I livelli essenziali delle prestazioni, nella definizione datane dal Ministero per il Sud e la coesione territoriale, sono quei servizi e quelle prestazioni di carattere sociale che lo Stato deve garantire in modo uniforme su tutto il territorio nazionale. Questi servizi sono erogati dagli Enti locali data la condizione che il loro godimento sia uniforme sul territorio nazionale, ovvero che non esistano discriminazioni fondate sul luogo di residenza. Non esiste, ad oggi, una quantificazione dei Lep, se non parziale. Nel riparto delle risorse su scala regionale, si è fin qui proceduto in base al criterio cosiddetto della spesa storica: le risorse sono state assegnate sulla base di quanto già speso dall’ente per il medesimo servizio. Il risultato è che gli enti che assicuravano determinati servizi hanno ricevuto più risorse rispetto agli enti che non li avevano mai erogati.

Più che l’assetto istituzionale, potremmo sostenere che sia in crisi il modello di sviluppo?

È in crisi il modello di sviluppo, ma va sottolineato che l’autonomia differenziata produce anche crisi istituzionale. Il progetto autonomista, infatti, come messo in luce da autorevoli costituzionalisti, confligge in modo stridente con il dettato costituzionale, sebbene formalmente ammissibile. Il rafforzamento delle competenze regionali su materie quali scuola, tutela dell’ambiente e dell’ecosistema, tutela della salute, istruzione, tutela del lavoro, rapporti internazionali e con l’Unione europea e molto altro confligge con il patto di solidarietà della nostra Costituzione. In tal senso, considero meritoria la proposta di rivedere gli articoli della Costituzione che danno spazio a istanze secessionistiche.

Il modello di sviluppo è in crisi fondamentalmente a ragione del fatto che l’Italia è, fra i Paesi Ocse, quello che ha attuato con la massima intensità le politiche liberiste negli ultimi decenni: mi riferisco, in particolare, ad austerità e privatizzazioni. Queste misure hanno contribuito a ridurre il tasso di crescita, a contenere la domanda interna e a peggiorare la distribuzione del reddito, fra gruppi sociali e aree territoriali, senza effetti apprezzabili e strutturali sulle esportazioni. Queste misure non sono neppure riuscite a conseguire l’obiettivo che si proponevano, ovvero ridurre il rapporto debito pubblico/Pil. L’accelerazione data alla precarizzazione del lavoro (l’Italia ha il più basso indice di protezione del lavoro fra i Paesi industrializzati) ha contribuito a ridurre i salari e frenare la produttività. Si parla a riguardo, correttamente, di declino economico italiano.

Nel Mezzogiorno, il quadro è stato peggiorato dal tentativo – fallimentare – di generare sviluppo affidandosi alle vocazioni territoriali. Mi riferisco, in particolare, al turismo. Prendiamo il caso della Puglia. Il turismo in Puglia non produce crescita perché non genera incrementi di produttività, perché i salari in quel settore sono molto bassi ed è elevata la presenza del sommerso. Infatti: nel confronto fra la dinamica del valore aggiunto per unità di lavoro fra settori produttivi emerge che la produttività del lavoro nel turismo pugliese è sostanzialmente stagnante e che è notevolmente più bassa di quella del settore manifatturiero. In più, la differenza fra gli andamenti del valore aggiunto per lavoratore nei due settori è crescente negli anni.
Questa dinamica si riflette nel dato sui salari medi. Come accade anche altrove, i dipendenti delle imprese turistiche guadagnano molto meno dei dipendenti delle imprese manifatturiere e i differenziali salariali intersettoriali risultano in aumento negli anni.
A ciò va aggiunta l’elevata presenza, peraltro in aumento negli anni, di flussi turistici non registrati, nella forma di case e appartamenti non censiti dagli enti di controllo, con attività sommerse e lavoro nero.

Per invertire la rotta occorre ampliare il perimetro del settore pubblico, particolarmente nel Mezzogiorno, puntando sull’impresa di Stato nei settori più innovativi: si pensi alle potenzialità offerte dalle energie rinnovabili. Occorre ricordare a riguardo che l’Italia ha un numero di dipendenti pubblici notevolmente inferiore alla media europea (e il Mezzogiorno ne ha meno del Centro-Nord), con età media avanzata (55 anni), basso titolo di studio, diffusione di contratti precari e basse retribuzioni. Vi è il rischio di perdita del 40% dei fondi Pnrr per il Sud nel caso non si proceda a massicce assunzioni nel pubblico impiego (in primis, progettisti). Puntare sull’impresa pubblica significa contemplare due effetti macroeconomici di segno positivo. Innanzitutto, l’impresa pubblica fa ciò che il privato spontaneamente non fa (e non lo fa neppure con gli sgravi fiscali) ovvero operare massicci investimenti in ricerca e sviluppo finalizzati ad aumentare il tasso di crescita della produttività del lavoro. Si può considerare a riguardo che la spesa privata per R&D nelle regioni meridionali è quasi nulla. In secondo luogo, l’impresa pubblica attira al Sud risorse dello Stato, attivando effetti moltiplicativi anche a beneficio delle imprese private del Nord. Banca d’Italia stima, a riguardo, che l’aumento di 1 solo euro del Pil al Sud produce un aumento di 40 centesimi del Pil al Centro-Nord. Non accade il contrario: l’aumento di 1 euro del Pil al Centro-Nord produce una crescita per l’intero Paese di soli 10 centesimi.

In definitiva, la storia recente, la teoria economica e l’evidenza empirica smentiscono clamorosamente l’assunto liberista dello sgocciolamento, ovvero l’idea che è solo facendo partire la locomotiva (la Lombardia) che i vagoni (le regioni meridionali) la seguono.