Ogni anno, con l’approssimarsi delle campagne stagionali di raccolta dei prodotti agricoli, la storia si ripete. Nella nostra regione affluiscono migliaia di braccianti stranieri e di colore e puntualmente tutti si ricordano e sprecano parole sulla precarietà e i metodi disumani dell’accoglienza che vivono queste persone. Ancora una volta si vuole ricordare la famosa frase dello scrittore svizzero Max Frisch “ volevamo braccia sono arrivati uomini”. Anche quest’anno si ripete la storia dell’emergenza e tutti cercano un capro espiatorio per nascondere la polvere sotto il tappeto. L’Associazione Migranti Basilicata insieme a Libera Basilicata nel 2021 al tavolo anticaporalato presso la Prefettura di Potenza sono stati profeti di facili sventure rispetto a quello che sarebbe successo in questo anno 2022. La cosa più assurda è che molti rappresentanti istituzionali per nascondere il loro fallimento attaccano e scoprono l’acqua calda con denunce che ormai sono solo vacue parole e chiacchiere al vento.

E’ arrivato il momento di fare una ricognizione puntuale di quanto accaduto e accade partendo dal 2015 fino ai giorni nostri. Pur sapendo che questa vergognosa storia dell’accoglienza si ripete da circa 30 anni.

Nel 2015 il sindacato Usb con la collaborazione della Chiesa Evangelica ha condotto battaglie che hanno portato gli ultimi e gli invisibili alla ribalta delle cronache con le numerose manifestazioni sotto il palazzo della Regione Basilicata e a Boreano e Palazzo San Gervasio. Da sempre la Regione e le Istituzioni attraverso il responsabile unico dell’immigrazione hanno respinto le proposte fatte riguardo all’accoglienza nelle abitazioni vacanti all’interno dei comuni mettendo a disposizione fondi per agevolare i proprietari rispetto alla ristrutturazione dei fabbricati e a copertura e garanzie nell’eventuale mancato pagamento da parte dei lavoratori. E’ stato chiaro fin dall’inizio che le Istituzioni non volevano questi uomini all’interno dei propri territori e si sono inventati i Centri di (dis)accoglienza fuori dai centri abitati. Da qui la nascita dei ghetti istituzionali e l’occupazione dei casolari disabitati. Ovviamente i ghetti e i casolari privi dei servizi essenziali quali la luce e l’acqua. Nonostante la rete elettrica e l’acqua passa nelle vicinanze o sulle teste dei lavoratori.

L’unica risposta al diniego della risoluzione abitativa e alla negazione dei diritti e della dignità è stata quella dello sgombero del ghetto di Boreano in assenza di una reale alternativa. Paradossalmente il ghetto era più dignitoso dei centri di (dis)accoglienza in quanto gli stessi erano e sono ancora delle tendopoli di emergenza privi di un numero sufficiente di servizi igienici e punti cottura per i pasti. Per non parlare della gestione dei centri stessi che avveniva ed avviene con il codice militare e dove viene negato puntualmente l’accesso alle Organizzazioni e non solo. Per lo sgombro di Boreano il 28 luglio del 2016 sono arrivati circa 100 uomini fra carabinieri, polizia, vigili del fuoco e vigili urbani con mezzi antisommossa oltre a ruspe e camion. Gli uomini presenti nel ghetto erano solo circa 30 e sono riusciti a portare al centro di (dis)accoglienza di Venosa operativo nella ex cartiera solo 7 persone. E’ stato un disastro ed un fallimento totale oltre a rappresentare una vergogna nazionale. Già all’inizio della stagione 2016 era stato posto il problema dei centri di accoglienza ed era stata avanzata la richiesta della apertura già dal mese di giugno ed a determinate condizioni non ultima anche quella di stabilire la non stagionalità ma di essere aperti anche durante l’inverno per i braccianti che restano sul territorio.

Di tutti gli impegni presi non vi è stata traccia del rispetto di quanto stabilito. Per non parlare della sicurezza nei centri di (dis)accoglienza dove ancor oggi si adottano sistemi preparazione pasti obsoleti e molto a rischio per la sicurezza(infatti si adoperano fornelletti obsoleti, in numero insufficiente e che vengono attaccati a prese di corrente fatscenti). Solo dopo lo sgombero di Boreano e precisamente il 4 agosto 2016 è stato convocato un vertice in Regione Basilicata chiesto da USB attraverso il responsabile Francesco Castelgrande.In quell’incontro alla presenza del Presidente Pittella sono state concordate alcune cose: navetta dal Centro di accoglienza verso i campi, l’assessore all’agricoltura avrebbe convocato i datori di lavoro per l’applicazione dei contratti di lavoro, gestione del Centro di accoglienza con la libertà di accesso e la creazione di spazi di socializzazione. E sempre in quella riunione con Il Presidente Pittella si è affrontato il tema dell’accoglienza. E’ stato stabilito che la Regione si impegnava a sensibilizzare i sindaci dei centri interessati affinchè si disponessero bandi pubblici finalizzati ad agevolare la locazione ai migranti stanziali degli appartamenti sfitti. I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Come sempre ogni anno la Regione spende migliaia e migliaia di euro per la gestione di centri fatiscenti e privi di regole certe per la gestione democratica e che non compromette o offende la piena affermazione dei fondamentali principi , a tutela dei diritti e della dignità delle persone. I contratti provinciali del settore hanno subito in questi anni un arretramento riguardo all’accoglienza, al trasporto e all’eventuale pasto del lavoratori.

Chi in questi anni si è vantato degli sgomberi ed ha enfatizzato i centri di (dis)accoglienza, ha riferito ad una radio francese (Radio France) che lui non avrebbe mai passato neppure una notte in quei centri. Tutti gli anni si opera in emergenza, pur sapendo che le colture sono sempre le stesse e che comunque ogni anno e negli stessi periodi arrivano miglia di persone immigrate.

Negli ultimi giorni è venuta alla ribalta (dopo tre anni) la storia che si sono persi 200 milioni di euro circa l’accoglienza perché nessun Comune della Basilicata ha fatto richiesta. Ma cosa fanno gli Enti che sono preposti al controllo della spesa e della realizzazione dei fondi europei? E perché il Parlamento italiano e la Comunità Europea non chiedono conto della mancata realizzazione a tutt’oggi di progetti per circa 10 milioni di euro a Lavello, Venosa e Palazzo San Gervasio oltre ad altri che dovrebbero sorgere nel metapontino? I rappresentanti istituzionali che pontificano e siedono ai tavoli nazionali cosa fanno di concreto per poter spendere questi soldi che rappresentato fonte di occupazione e risposta ai problemi? A noi risulta che per quanto riguarda alcuni progetti ci sono intoppi di natura burocratica e di fattibilità. Ma per quelli che si possono realizzare come mai a tutt’oggi non è sta posta la prima pietra? Ma noi vogliamo essere chiari anche su questo. La richiesta è stata quella di creare non solo i centri, ma i problemi sono anche quelli riferiti all’integrazione di questi uomini e donne che arrivano. Perché fare i centri fuori dai Comuni? Se è sbagliato aver perso 200 milioni di euro è altrettanto sbagliato spendere soldi per tenere gli ultimi e gli invisibili isolati e lontani dai centri abitati. Un ulteriore danno viene fatto nei confronti dei cittadini e delle persone che vanno integrate nei Comuni che sono spopolati.

Dobbiamo tutelare la qualità democratica tenendo in vita gli asili nido dal momento che solo tenendo i lavoratori nei centri abitati possiamo avere lo sviluppo delle attività, dei saperi e delle tradizioni. Integrazione vuol dire anche attivare corsi di formazione per questi lavoratori che non siano solo mirati all’agricoltura. La riprova di tutto ciò e che nel Comune di Venosa solo pochi anni fa prima della pandemia si sono raccolte firme da parte della Lega per impedire un progetto di accoglienza per ragazzi con protezione internazionale e umanitaria. Noi ci batteremo perché il Governo e tutti gli organi preposti facciano piena luce su tutte le inadempienze delle Istituzioni e dei loro rappresentanti su una vicenda che ormai si trascina da moltissimo tempo senza soluzione. Dulcis in fundo la Regione Basilicata dovrebbe agire nel settore dell’agrivoltaico al fine di dare uno sviluppo green all’intero comparto agricolo. Francesco Castelgrande Europa Verde Venosa- Donato Lettieri Coordinamento nazionale Europa Verde