CHIETI. Voleva punire il fratello minore, perché si era comportato male con la madre, ma la sua intenzione non era quella di uccidere. Ecco perché Giuseppe Giansalvo, 23 anni, accusato di omicidio preterintenzionale, è stato condannato a 5 anni e 4 mesi di reclusione, il minimo della pena con la concessione delle attenuanti generiche, un ulteriore sconto per la scelta del rito abbreviato e l’esclusione dell’aggravante dei futili motivi. Sono racchiuse in 17 pagine le motivazioni della sentenza, pronunciata dal giudice del tribunale di Chieti Maurizio Sacco, sul delitto di Matteo Giansalvo, appena maggiorenne, morto il 18 gennaio 2021 dopo essere stato colpito alla testa con un rullo da pittore. L’imputato, assistito dall’avvocato Marco Femminella, è tornato in libertà. La procura aveva chiesto il rinvio a giudizio per omicidio volontario, ma il giudice ha derubricato il reato, su richiesta della difesa.
la ricostruzione
Quel giorno, intorno a ora di pranzo, i due fratelli hanno avuto una discussione perché Giuseppe ha negato a Matteo la possibilità di continuare a usare un rullo per tinteggiare la camera da letto. Il motivo? Quest’ultimo aveva tenuto un «comportamento aggressivo nei confronti della madre Gina Primavera per ottenere delle sigarette». Il 23enne ha sempre sostenuto di «essersi limitato a trattenere il rullo per il manico e, quindi, nel difendersi da un pugno che il fratello stava sferrando, di aver colpito Matteo alla testa con la punta di metallo del rullo stesso, senza accorgersi del fatto che la parte in spugna si era sfilata, anche in considerazione del rapido svolgersi dei fatti». Sul delitto hanno indagato i carabinieri della compagnia di Ortona, sotto il coordinamento del sostituto procuratore Giancarlo Ciani.
LE INTERCETTAZIONI
«Il quadro probatorio», scrive il giudice, «è completato dalle risultanze delle intercettazioni telefoniche: non sono emersi elementi di rilievo, atteso che i familiari, durante le conversazioni, nel commentare l’accaduto hanno fatto esclusivo riferimento alla ricostruzione offerta dall’imputato». E ancora: «Non sono emerse particolari ragioni che possano aver animato l’imputato al punto tale da determinarlo a uccidere. La persona offesa, poi, è stata raggiunta da un unico colpo alla testa, senza che allo stesso ne siano seguiti altri una volta a terra. La morte non è stata conseguenze immediata della ferita provocata dal colpo ricevuto, priva di per sé di lesività significativa, in quanto lontana da centri vitali, seppur idonea ad avviare quel processo causale che ha poi determinato l’emorragia endocranica che si è rilevata fatale per Matteo Giansalvo».
«VITTIMA DISARMATA»
Al tempo stesso, secondo il giudice, non si è trattato di legittima difesa: «La vittima, disarmata, ha tenuto nei confronti dell’imputato un mero atteggiamento minaccioso e ingiurioso, non accompagnato, nei fatti, da atti lesivi. La reazione di Giuseppe, consistita nell’accettare lo scontro e nel colpire il fratello alla testa con la punta acuminata, appare del tutto sproporzionata. Deve escludersi che l’imputato potesse ritenere di versare in una situazione di pericolo per la propria incolumità fisica, tale da rendere necessitata e priva di alternativa la reazione già descritta».
«PUNIZIONE DOMESTICA»
Vanno esclusi i futili motivi. «Giuseppe», si legge in sentenza, «si è determinato ad agire al fine di difendere la decisione di impedire al fratello di far uso del rullo da pittura che gli aveva in precedenza prestato per punirlo per la sua condotta gratuitamente aggressiva nei confronti della madre, rivestendosi, nell’occasione, del ruolo di capofamiglia attesa la sua qualità di primogenito in un nucleo familiare privo del padre, da poco venuto a mancare. Si tratta, pertanto, di una spinta che non può essere qualificata come futile, ma seria, tradottasi, in concreto, nella volontà di dare a Matteo una forma di punizione domestica».
Sì ALLE ATTENUANTI
Il giudice, poi, sottolinea: «Il proposito non banale che ha animato l’imputato non può portare a giudicare l’azione aggressiva adeguata alle ragioni che l’hanno suscitata e al valore del bene della vittima sacrificato». Le attenuanti generiche sono state concesse perché «la condotta tenuta da Giuseppe è stata posta in essere all’interno di un clima familiare caratterizzato da notevole sofferenza e da grandi difficoltà, riconducibili alla perdita della figura paterna, alle precarie condizioni economiche e all’avvertita necessità da parte dell’imputato di ricoprire, nonostante la giovanissima età, il ruolo di capofamiglia con le relative responsabilità».
LA DIFESA
L’avvocato Femminella presenterà ricorso in appello per chiedere la riqualificazione del reato con il riconoscimento dell’eccesso colposo di legittima difesa.
©RIPRODUZIONE RISERVATA