PESCARA. «Il disagio dei giovani è esploso». La psicologa Chiara Gallo, giudice onorario al tribunale per i minorenni dell’Aquila, conosce i mondi possibili dei ragazzi e li interpreta tra le righe delle statistiche. E, da psicologa, di una cosa è certa: «Prevenire il disagio è possibile». Ma, avverte, è compito degli adulti.
Sembra che il disagio tra i giovani sia sempre più diffuso: è davvero così?
«Sì, è così sia a livello quantitativo che qualitativo: la fragilità generica generazionale è stata aggravata dal Covid con tutto ciò che ha comportato per l’isolamento sociale dei ragazzi. Questo lo riscontriamo sia come psicologi privati che nel pubblico, in tutti gli enti che si occupano di tutela minorile, come tribunale per i minorenni, servizi sociali e consultori sanitari. Il disagio è esploso e con esso è aumentato anche il consumo di psicofarmaci, ad età sempre più precoci. Aumentano, poi, anche i tentativi di suicidio, gli atti autolesionistici e i reati commessi».
Di fronte a questa tendenza cosa si dovrebbe fare?
«Questi fenomeni devono essere trattati dal punto di vista culturale, sociologico e psicologico: significa investire tantissimo nella prevenzione e sul terzo settore. Ma la cosa più importante è spingere per un cambio di mentalità: in Italia c’è ancora reticenza a chiedere aiuto psicologico, sia da parte delle famiglie che dei ragazzi stessi. Si fa fatica ad ammettere una propria fragilità: è ancora inteso come una vergogna».
Quali sono i motivi che provocano la devianza?
«Domanda da un milione di euro. I problemi sono sociologici, antropologici, culturali e psicologici, sia individuali che familiari. Sicuramente siamo sempre più fragili, c’è un individualismo che provoca più isolamento e la realtà virtuale ci proietta in un surrogato della realtà».
Si dà spesso la colpa ai social network: possono essere un fattore scatenante del disagio?
«Le nuove tecnologie possono essere uno strumento preziosissimo di accesso al mondo dei giovani ma quando non accompagnano i ragazzi in una realtà reale, tangibile e fatta di socializzazione primaria, ne diventano un sostituto e allora possono diventare pericolosissimi. Il risultato è che i ragazzi sono sempre più isolati. Un insegnante della scuola di mia figlia, che ha 13 anni, mi raccontava che adesso si trova di fronte a fenomeni sociali tra i ragazzi che fino a qualche anno fa non esistevano: per esempio, all’interno della stessa classe, capita che i ragazzi non conoscano i loro nomi perché ognuno è chiuso nel proprio mondo virtuale. In situazioni del genere diventa sempre più difficile esternare il proprio disagio a livello verbale e si può arrivare all’agito violento, aggressivo, etero-aggressivo, al ricorso agli stupefacenti, al gesto eclatante dell’autolesionismo o del tentativo di suicidio: è notizia di qualche giorno fa la diffusione dei kit per il suicidio venduti su internet a tutte le età, a partire da quella più delicata che è l’adolescenza con la perdita di certezze e punti di riferimento. In questa età c’è mancanza di dialogo tra i ragazzi e con le famiglie, con la difficoltà di chiedere aiuto e questo determina il passaggio al gesto devastante, come un tentativo di suicidio».
Cosa dovrebbero fare gli adulti per intercettare in tempo il disagio dei ragazzi?
«Mettersi in gioco e in ascolto di questo disagio. Ovviamente parliamo di un linguaggio diverso rispetto al passato: il disagio di oggi non è uguale a quello del passato. Ascoltando si possono intercettare i segnali e si può chiedere aiuto subito rivolgendosi a professionisti psicologi e consultori prima che sia troppo tardi. Il famoso “prevenire è meglio che curare” significa fare rete con l’umiltà e l’intelligenza di capire che tutti quanti noi siamo impreparati a gestire i cambiamenti sociali che possono provocare devianza e disagio. Per esempio, se mi rompo una gamba, vado dall’ortopedico e non me ne vergogno. Per quale ragione, se mi “rompo dentro”, c’è ancora reticenza a chiedere aiuto psicologico? Dovremmo pensare ad accedere liberamente allo psicologo come si fa con il medico di base. La frattura di una gamba, con il gesso, può guarire completamente mentre le fratture dell’anima, invisibili, possono risultare più dannose: le fratture dell’anima possono avere conseguenze per il resto della vita e addirittura intergenerazionali: tutte le fratture interne che non riusciamo a ricucire dentro di noi, quando diventiamo genitori, le trasmetteremo ai nostri figli e genereremo, a nostra volta, figli pre-fratturati».
Cosa non dovrebbero fare gli adulti?
«Mai banalizzare quel dolore, colpevolizzare i ragazzi o ancora creare paragoni con i figli degli altri che ce l’hanno fatta. No all’ossessione della performance che pervade tutta la nostra società: il devi farcela e il devi essere sempre performante qualunque cosa accada senza mostrare segni di vulnerabilità, sono tendenze pericolose. Dobbiamo cercare di guardare il mondo con gli occhi dei nostri figli perché il loro disagio è inevitabilmente un riflesso del nostro fallimento genitoriale: dico sempre ai miei pazienti che imparare a prenderci cura di noi stessi è il regalo più grande che possiamo fare ai nostri figli. Prenderci cura della nostra salute non soltanto fisica ma anche psicologica significa rispondere subito a una eventuale richiesta di aiuto dei propri figli».
Cosa si dovrebbe insegnare ai propri figli?
«Che anche se non sei il primo della classe va bene lo stesso; che se ti bocciano a un esame non è un dramma; che è ok anche se non ti laurei nei modi e nei tempi che la società si aspetta da te; che non è importante se non sei una strafiga da 90-60-90. Dobbiamo riuscire a superare lo stereotipo, esteriore e interiore, di una società che ci vuole tutti fotocopie e apprezzare, nei punti di forza e debolezza, la nostra unicità: così potremmo aiutare i nostri figli a valorizzare quelle unicità e questo è uno degli strumenti preventivi più importanti per il disagio».
Quando un giovane compie un gesto del genere, lei da persona, non da professionista, cosa prova?
«Penso che quella persona potrebbe essere mia figlia, al dolore dei genitori e al senso di colpa che sentono. Ma il senso di colpa non aiuta a diventare migliori: ci fa sentire vittime mentre dovremmo acquisire quel senso di responsabilità che ci aiuta a cambiare strada e a cercare strategie più funzionali per rispondere al disagio. Umanamente, mi sento uno straccio a pensare a un bambino che non ce l’ha fatta più ma credo che il sacrificio di ogni bambino e di ogni famiglia che vive un dramma del genere possa essere utile a lanciare messaggi di speranza affinché non accada più. Se da ogni tragedia cogliamo una lezione, non saranno sacrifici inutili».
Ma è davvero possibile prevenire tragedie così?
«Sì, ma bisogna “innalzarsi” all’altezza dei nostri figli: i ragazzi volano alto, siamo noi, gli adulti, con le nostre fragilità, le nostre paure e le nostre aspettative proiettate su di loro che li tiriamo sempre più in basso mentre dovremmo elevarci verso il loro patrimonio di stupore».
Quindi, sono gli adulti che chiedono troppo ai ragazzi?
«Assolutamente sì. Prima di tutto lo chiediamo a noi stessi perché facciamo fatica a perdonarci i nostri limiti genitoriali: una mamma pretende da se stessa di essere la mamma dell’anno, la lavoratrice dell’anno, la persona dell’anno, invece, insegnare ai nostri figli, con il nostro esempio, a perdonarsi i propri limiti è un fattore preventivo affinché queste tragedie non accadano più».