PESCARA. Strada dei Parchi dice basta e lo fa con un colpo a sorpresa. Ora è la stessa società concessionaria a volere – mettendolo nero su bianco – la rescissione con 8 anni di anticipo della convenzione per la gestione delle autostrade A24 e A25. La lettera che dà una scossa a una situazione di stallo è datata 12 maggio.
Sembra la scelta di chi getta la spugna, dopo dieci anni di muro contro muro sul nuovo Piano economico finanziario (Pef) delle autostrade, che nasconde il durissimo braccio di ferro con i governi che si sono succeduti sui fondi per i lavori di messa in sicurezza ed i rincari dei pedaggi. Ma il realtà Sdp lancia un’ultima sfida: rescissione sì, ma con un indennizzo di almeno 2,4 miliardi di euro che lo Stato dovrebbe versare alla società del gruppo Toto. Nelle ultime righe, però, la lettera che Strada dei Parchi ha mandato al Governo lascia la porta socchiusa: resta la disponibilità a trovare un accordo sul nuovo Pef. La missiva ha sei destinatari: i dirigenti competenti del ministero delle Infrastrutture Alberto Stancanelli e Felice Morisco e quelli del ministero dell’Economia Giuseppe Chiné e Alessandro Rivera, ma anche, per conoscenza, il ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini e il commissario ad acta per il nuovo Pef, Sergio Fiorentino. Mittente, l’amministratore delegato di Strada dei Parchi Riccardo Mollo. «Confermo la lettera, la decisione è stata assunta dal cda di Strada dei Parchi», ha detto ieri al Centro il vicepresidente della società Mauro Fabris.
LA PAZIENZA È FINITA
La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la bocciatura, da parte del Cipess interministeriale, dell’ultima versione del Pef. Si tratta di quella in cui, su indicazione dello stesso ministero, si prevedevano lavori tutti dello Stato e quindi a gara pubblica. Strada dei Parchi, non potendo gestire direttamente le opere con parte dei fondi a carico dello Stato, per far quadrare i conti avrebbe dovuto aumentare i pedaggi quasi del 16% all’anno, per un totale del più 375% in otto anni. «Appare evidente l’inequivoca e definitiva volontà del ministero di non addivenire ad alcuna revisione e aggiornamento del Pef, posto che nel dare indicazioni alla concessionaria di predisporre un piano palesemente insostenibile si sono volutamente create le condizioni per ottenere il rigetto di tale proposta da parte degli organi competenti», scrive la società nella missiva.
LA RESCISSIONE
Quindi il colpo a sorpresa: «La concessionaria si trova costretta, suo malgrado anche a tutela degli interessi dei suoi stakeholders, a significare formalmente che si sono configurati certamente tutti i presupposti di legge e di contratto per il recesso e per la cessazione anticipata della convenzione ai sensi dell’articolo 11.11 e dell’articolo 9 bis e seguenti della convenzione». Cioè proprio perché non c’è un accordo sul nuovo Pef.
LA BUONUSCITA
Ma a quale prezzo? «Si invitano, pertanto, le amministrazioni a dare seguito al subprocedimento per la determinazione di quanto previsto dall’articolo 9 bis e fissare tempestivamente una riunione per condividere come procedere nel migliore interesse dell’infrastruttura», continua la lettera, «la concessionaria si riserva di quantificare nel dettaglio l’ammontare dei predetti importi, che comunica essere non inferiore a 2,4 miliardi». Nella somma sarebbero inclusi investimenti non recuperati, ma anche i mancati aumenti dei pedaggi, i mancati incassi durante il Covid e una parte di quelli del resto della durata della convenzione.
LA PORTA APERTA
Ma la porta non è chiusa: «Rimane, infine, inalterato lo spirito collaborativo sempre dimostrato dalla concessionaria. Pertanto, la presente non esclude la disponibilità della concessionaria a valutare con spirito costruttivo qualunque concreta alternativa che possa essere proposta dalle amministrazioni in indirizzo per prevenire la cessazione anticipata della convenzione, ivi inclusa la determinazione di un diverso Pef secondo criteri e condizioni condivisi, oppure altre ipotesi di valorizzazione dell’asset detenuto dalla concessionaria». La parola passa al Governo. (l.t.)