PESCARA. «Questo incidente ha sconvolto completamente la mia vita. Ho perso gli amici, non potrò più ballare, ma vorrei realizzare il mio sogno di diventare interprete: sto cercando la mia strada, tra alti e bassi. Questi tre anni non sono stati facili. Ho cercato in tutti i modi di dimenticare l’accaduto, ma è difficile quando mi guardo allo specchio. Vorrei azionare una macchina del tempo per tornare come ero prima. Non so chi sia stato a provocare l’incidente, né ho intenzione di conoscerlo perché quanto è successo mi ha lasciato un segno profondo nella mente e nel fisico e non cambierebbe lo stato delle cose».
È uno sfogo lucido quello di Rosanna M., oggi ventenne, nata a San Severo e residente a Pianella, studentessa di Accoglienza turistica all’Alberghiero De Cecco, che si racconta a tre anni da quel 17 settembre 2019, quando a seguito dello scontro tra un bus della Tua, su cui viaggiava, e un’auto, lungo la strada che porta a Caprara, si ritrovò in ospedale con metà della gamba destra amputata e fino alla caviglia, della sinistra. Sono seguiti mesi di riabilitazione e di frustrazioni, costretta a «essere presa in braccio per salire le scale di casa, o a usare le stampelle e la carrozzina per muovermi senza ascensore». Nel tempo ha recuperato i movimenti con una protesi di carbonio e titanio ed è tornata a indossare short e minigonne. A breve, racconta, subirà un altro intervento chirurgico. Il prossimo 20 maggio c’è il processo per l’autista del bus, il conducente dell’auto e il tecnico della Provincia responsabile della manutenzione della strade, accusati di lesioni personali stradali gravissime.
Rosanna, come ha vissuto questi tre anni?
Ho avuto molti alti e bassi e quando realizzo cosa mi è successo davvero, ho sbalzi d’umore e penso come sarebbe stata la mia vita senza l’handicap. Mi sono chiusa in me stessa, guardo gli altri ragazzi della mia età e vedo che loro sono realizzati e io no. Ho cercato in tutti i modi di dimenticare l’accaduto, ma è difficile quando mi guardo allo specchio. Anche se sarà fatta giustizia, solo io dovrò convivere con questo handicap, ogni giorno, per tutta la vita.
Ha mai cercato un colpevole?
Non so chi sia il responsabile dell’accaduto, né voglio conoscerlo. Non cambierebbe il fatto che mi ha lasciato un segno profondo nella mente e vistoso fisicamente.
Chi le è rimasto accanto e dove ha trovato la forza per affrontare i momenti più bui?
Tutti i miei amici , purtroppo, mi hanno abbandonata perché per loro era strano vedermi in quel modo e volevano continuare la loro vita “normale”, tranne una ragazza che è rimasta al mio fianco accettando il mio handicap. Ho dovuto ricrearmi un giro di amicizie in cui, fortunatamente, ho trovato vero affetto. Con la famiglia ci siamo aiutati a vicenda, siamo rimasti uniti. Andare avanti giorno dopo giorno non è per niente facile per me, non riesco a trovare una distrazione. Da un po’ di tempo ho il sostegno di una psicologa che mi sta aiutando a capire come affrontare tutto questo, ma spesso sono giù di morale.
Che sogni ha? Che progetti per il futuro?
Ho tanti sogni, tra cui ballare caraibico. Se dovessi riuscire ancora, non sarà mai come prima e mi rattrista davvero molto perché era una mia grandissima passione. Questo problema è un’enorme barriera mentale che mi impedisce di concentrarmi, è dura persino preparare l’esame di Stato. Da piccola mi piacevano le lingue straniere, vorrei diventare interprete. Ma non ho ancora deciso sugli studi universitari. Provo tanta rabbia per questo evento che mi ha stravolto ogni prospettiva di vita e il modo di guardare il mondo. Vorrei solo una cosa: una macchina del tempo per riavere ancora la vita che sognavo».