TERAMO. Un quartiere orgogliosamente popolare: questo è, ma soprattutto è stato nei decenni scorsi, via Longo. Un complesso di edilizia residenziale nato negli anni ’50 che è stato cuore verace di una teramanità fatta di cose semplici e rapporti umani stretti. Nel tempo questo spaccato della città ha cambiato volto, è finito al centro del dibattito politico e sociale, è stato oggetto di progetti e polemiche, e di recente della cronaca.
Una cronaca fatta soprattutto di ripetuti atti vandalici e di incursioni nei quattro palazzi fatti sgomberare fra il 2015 e il 2016. Immobili divenuti sovente rifugio di senza tetto, di persone fragili e sole, ma anche luoghi di spaccio e prostituzione. In più occasioni le forze dell’ordine sono intervenute per far rispettare il divieto di accesso in immobili privi del requisito di abitabilità. Giuridicamente si parla di “occupazione abusiva”, divenuta una prassi nonostante i sigilli, i controlli e gli sgomberi. Tanti, stranieri e italiani, continuano a trovare riparo lì, fra le mura malconce di palazzi dove non vi sono più gli allacci per le utenze. La tragica morte la notte scorsa di una giovane coppia ha riacceso un dibattito su via Longo che in realtà in città non si è mai sopito e che è stato di recente al centro di una nuova progettualità da parte dell’amministrazione D’Alberto dopo il fallimento del piano di housing sociale tentato dalla giunta Brucchi. Di ripensare e riqualificare il quartiere, le cui palazzine fino a circa dieci anni fa erano dell’Ater e sono passate poi al Comune, si parla sin dal 2008 quando l’allora consiglio comunale diede il via libera ad un intervento collegato al piano regolatore. Nel 2014 si entrò nel vivo con una collaborazione fra Comune e società privata per abbattere le sei palazzine e ricostruirle, dando vita ad un nuovo quartiere residenziale che avrebbe perso gran parte della sua destinazione di edilizia popolare. Si avviarono i trasferimenti delle famiglie presenti nei palazzi, fra forti proteste e dissensi. Nel 2018, quando in via Longo erano rimaste 36 delle 96 famiglie da sempre presenti, il commissario del Comune Luigi Pizzi sospese tutto, fermando i traslochi. Alla nuova giunta si lasciò il compito di decidere che futuro scrivere per il quartiere.
L’amministrazione D’Alberto, bloccando l’iter intrapreso dai predecessori e così anche lo svuotamento delle ultime due palazzine, affidò all’architetto Paolo Desideri l’elaborazione di un progetto che rinnovasse l’area mantenendone l’anima di edilizia popolare. Mesi fa il progetto da 15 milioni è stato ritenuto meritevole di finanziamento e inserito in graduatoria: si attende ora la copertura coi fondi del Pnrr per far partire tutto. La nuova via Longo prevede l’abbattimento di quattro delle sei palazzine esistenti e la loro ricostruzione ex novo e la ristrutturazione delle altre due. Il quartiere verrà connesso col centro storico, col polo scolastico di via Po, con piazzale San Francesco e col parco fluviale; previste aree verdi, spazi di aggregazione, collegamenti ciclopedonali. Un progetto che parla di inclusione, mobilità green, socialità: una risposta di impatto a un passato, ideologico e urbanistico, che ha troppo spesso creato una frattura fra quartieri popolari e zone centrali.
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