PESCARA. La prima tre giorni di arringhe nel processo sulla tragedia di Rigopiano, che conta 29 vittime rimaste sotto le macerie del resort di Farindola distrutto da una valanga il 18 gennaio 2017, si chiude con le discussioni di quasi tutti i regionali coinvolti. Che ora scaricano sulla politica.
LA VERITà DI CAPUTI Il filo conduttore, iniziato mercoledì scorso dalla difesa del capo di gabinetto dell’ex prefetto, Leonardo Bianco, che ha scaricato ogni responsabilità sul sindaco Ilario Lacchetta e sul prefetto Francesco Provolo, e proseguito giovedì con le difese del sindaco che hanno pesantemente puntato il dito sulla Regione, ha toccato il suo apice ieri con la difesa di Pierluigi Caputi, capo dipartimento della Protezione civile e direttore lavori pubblici regionale. Il suo legale, l’avvocato Francesco Carli, ha chiamato in causa senza mezzi termini l’organo politico della Regione e le sue presunte omissioni (anche se le posizioni di tutti i presidenti succedutisi negli anni sono state da tempo archiviate). «Le funzioni di programmazione fanno capo», dice, «all’organo politico. E quindi, se le omissioni segnalate nel capo di imputazione all’ingegnere Caputi possono essere considerate sussistenti e confermate, sono certamente addebitabili ad altri, non certo al direttore della Protezione civile». E lo spiega al gup Gianluca Sarandrea, chiamato a giudicare i 30 imputati con il rito abbreviato, davanti ai tre rappresentanti della pubblica accusa (il procuratore Giuseppe Bellelli e i sostituti Andrea Papalia e Anna Benigni) che seguono con attenzione ogni fase delle arringhe in vista di una scontata replica, dopo aver chiesto pene complessive per 151 anni per 26 dei 30 imputati. E Carli, norme alla mano, spiega appunto la distinzione delle funzioni tra quelle della politica e quelle che ricadono in capo ai dirigenti. «È la politica che indica gli obiettivi e i programmi, così come le risorse umane ed economiche: è una distinzione rigorosa che fa anche lo stesso legislatore regionale oltre a quello nazionale. E questo significa che la giunta avrebbe dovuto indicare le risorse finanziarie e ogni altro di sua competenza e poi avrebbe dovuto trasferire tutto il compendio all’organo dirigenziale per l’esecuzione: e questo smentisce il capo di imputazione relativo a Caputi. È vero che in quel periodo ci furono ritardi e omissioni della Regione, giustificate dalla gravissima situazione economica, ma queste non possono essere attribuite a Caputi». Inizialmente Carli lancia anche una sorta di appunto all’accusa. «Ho detto», spiega l’avvocato, «che c’era una intonazione giacobina nelle parole dell’accusa e che ho sentito parlare con preoccupazione di processo al sistema, ma il nostro ordinamento non lo prevede: il sistema lo si cambia, ma chi lo fa non è la magistratura, ma il legislatore».
IL RUOLO DI BELMAGGIO A seguire l’intervento dei difensori del dirigente regionale Sabatino Belmaggio, il professor Mauro Catenacci e Leonardo Casciere. «Sono stupito del fatto che Belmaggio debba rispondere di omissioni», dice Catenacci, «visto che proprio i consulenti dell’accusa scrivono dell’adeguata diligenza di Belmaggio e del suo carattere non decisionale. La responsabilità da posizione», aggiunge il docente di diritto penale, «è la bestia che aleggia in questo processo: eri lì, in quell’ufficio, quindi sei responsabile a prescindere». E poi affonda: «Se oggi sotto processo c’è Belmaggio allora dovrebbe esserci tutto il Coreneva (il Comitato tecnico regionale su neve e valanghe, ndc)». Belmaggio, la cui posizione è davvero singolare nel processo, ma per come si è speso nel suo lavoro, «non aveva nessuna responsabilità», spiega l’avvocato Casciere, «primo perché non era dirigente, secondo perché non avrebbe mai potuto impegnare le somme che servivano per la realizzazione della Carta valanghe. È innocente e lo è sempre stato. In questa sede bisogna stabilire chi aveva le competenze e soprattutto i poteri di gestire la situazione della Carta». E dice ancora al giudice il perché dell’innocenza di Belmaggio: «La riprova è che nel momento in cui rientra in quell’ufficio da dove era andato via nel 2016, nel giro di qualche mese fa approvare la Carta storica e quando diventa dirigente, in quattro anni realizza la Carta valanghe. Prima non aveva i poteri per farlo».
GLI ALTRI DIRIGENTI Sono state poi discusse le posizioni di altri tre regionali: Carlo Visca, difeso da Diego De Carolis ed Eugenio Galassi; quella di Carlo Giovani, assistito da Vincenzo Di Girolamo; e quella di Antonio Sorgi (difeso da Guglielmo Marconi) per il quale la procura ha chiesto l’assoluzione e la prescrizione per un capo di imputazione.
IL TECNICO DELL’HOTEL Discussa anche la posizione del tecnico Andrea Marrone (difeso da Ugo Di Silvestre e Federico Bianchi), incaricato dal gestore dell’hotel di redigere il documento sulla valutazione del rischio della struttura. La difesa ha sostenuto come Marrone, in qualità di consulente, non avesse mai avuto una posizione di garanzia e non si era mai intromesso nella materiale gestione della struttura. Ha inoltre evidenziato come la stessa Asl, nella sua relazione, aveva sottolineato la correttezza del contenuto del Dvr, escludendo ogni responsabilità del datore di lavoro.
VERSO LA SENTENZA Le arringhe riprenderanno mercoledì prossimo, 25 gennaio, e andranno avanti per tre giorni consecutivi. Il 25 discuteranno i difensori degli imputati della Provincia, altro punto nodale del processo, mentre il 27 sono attese le arringhe per le posizioni dei prefettizi, a cominciare da Provolo, per il quale la procura ha chiesto 12 anni di reclusione. Ormai il conto alla rovescia per la sentenza è arrivato: l’udienza finale è fissata al 17 febbraio.
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