PESCATA. La sentenza del processo Rigopiano per la morte delle 29 persone rimaste sotto le macerie dell’hotel di Farindola distrutto da una valanga il 18 gennaio del 2017, potrebbe arrivare il 17 febbraio prossimo. Lo ha annunciato ieri in apertura di udienza il giudice Gianluca Sarandrea che, valutando il protrarsi degli interventi delle parti civili (il 14, 15 e 16 dicembre), ha fissato un nuovo cronoprogramma che vedrà gli interventi del collegio difensivo, spalmato su sei udienze a gennaio prossimo (18,19, 20, 25, 26 e 27), per poi lasciare altre tre udienze a metà febbraio (15,16 e 17) per eventuali repliche. Così, in occasione dell’ultima data del processo, che dovrebbe essere appunto quella del 17 febbraio, potrebbe arrivare la lettura della sentenza di primo grado di questo delicato e complesso procedimento.
Quella di ieri, nel processo sul disastro di Rigopiano, doveva essere una giornata di udienza con gli interventi delle parti civili, dopo la conclusione della lunga requisitoria dell’accusa conclusasi con la richiesta di 26 condanne per 151 anni complessivi, e quattro assoluzioni. E invece, i toni si sono inaspettatamente alzati, quando l’avvocato Romolo Reboa, che assiste alcune delle parti civili, ha iniziato il suo intervento.
«Emerge dagli atti del processo un disegno criminoso», ha esordito, «per il quale non si dovrebbe più parlare di reati colposi, ma di dolo eventuale». Vale a dire uscire dalle ipotesi contestate dalla procura e tirare in ballo una diversa qualificazione dei reati, addirittura con pene anche da ergastolo. Ed è stato il primo campanello di allarme di un intervento che usciva dai confini del processo per approdare su questioni vecchie e su inchieste e processi passati in giudicato in merito alla ristrutturazione dell’hotel e a un ipotetico giro di interessi economici oltre il lecito.
L’avvocato, dopo aver “bacchettato” in un certo senso la procura, per non aver affrontato certi temi (peraltro non presenti nel processo), punta il dito su uno dei vecchi gestori dell’hotel, Roberto Del Rosso, una delle 29 vittime della tragedia di Rigopiano del 18 gennaio 2017, e su suo cugino Paolo Del Rosso. Inizia a parlare di un presunto giro illecito di soldi, di Iva non pagata, di acquisto e cessione della struttura, fino a far perdere la calma al gup Gianluca Sarandrea che più di una volta, e con fermezza, lo invita a restare nell’ambito del processo e a non tirare in ballo persone che non ne fanno parte. Ma l’avvocato romano, nonostante il brusio che ormai serpeggiava anche fra i rappresentanti del Comitato delle vittime e quindi anche fra i suoi clienti, e nonostante due dei legali delle parti civili che assistono la famiglia Del Rosso intervengano chiedendo al giudice di poter acquisire la registrazione dell’intervento di Reboa per valutare una denuncia querela nei suoi confronti, va avanti fino a quando, per la seconda volta, cita il giudice Falcone: «Perché anche io», dice, «come Giovanni Falcone, seguo la pista dei soldi e spero di non fare la sua stessa fine».
Ed è a quel punto che il procuratore Giuseppe Bellelli non può fare a meno di intervenire: «Adesso basta, stiamo esagerando». A lui fa eco l’avvocato Giovanni Di Bartolomeo (presidente dell’Ordine degli avvocati di Pescara), che assiste la vedova di Roberto Del Rosso: un vibrante scambio di opinioni con Reboa, che porta il giudice a decidere di sospendere l’udienza per un quarto d’ora, per ristabilire l’ordine.
A margine dell’udienza, l’avvocato Liborio Romito, legale di Paolo Del Rosso, cugino di Roberto, uno dei 30 imputati per il quale peraltro la procura aveva chiesto l’assoluzione, spiega il perché della sua reazione. «Mi dissocio fermamente da quanto detto da Reboa nel suo intervento, perché ritengo che il collega abbia fra le righe formulato accuse su una ipotetica corruzione che i cugini Del Rosso avrebbero commesso al fine di ottenere i permessi a costruire. Questa cosa non esiste, Reboa ha richiamato atti di processi passati in giudicato che hanno visto l’assoluzione dei cugini Del Rosso. Quindi il taglio che il collega sta dando a questa questione, è assolutamente capzioso».
Anche la stessa vedova di Roberto Del Rosso, Emira De Acetis, parte civile, non riesce a credere a quello che sta accadendo e, tra stupore e sconcerto, si avvicina ai magistrati e dice: «L’avvocato sta dicendo delle cose che non rispondono assolutamente al vero. Fa delle affermazioni e cita società e circostanze che non sono vere. Nel 2008 stavamo festeggiando nostro figlio in quell’hotel che lui afferma non ancora essere pronto a quell’epoca». Poi, alla ripresa dei lavori, si torna alla calma e si prosegue con gli interventi delle parti civili.