L’AQUILA. Con il volo dei palloncini bianchi, che hanno sfidato la pioggia per accompagnare in cielo la scritta col suo nome. È così che gli amici hanno voluto salutare Luca Nunzi, il 45enne dell’Aquila scomparso domenica sul monte Sirente. Tra loro chi è cresciuto con lui a Pettino e chi invece condivideva la sua passione per l’escursionismo e per la montagna, gli stessi che nei giorni scorsi hanno cercato di descrivere a parole tutto il dolore per la sua scomparsa tragica e improvvisa.
Con loro i colleghi della Omnia Servitia, che lo hanno salutato col rumore dei fischietti. E poi la comunità di Monticchio, dove Nunzi si era trasferito, che ha accolto e accompagnato il feretro con la confraternita della Madonna Addolorata. Ma tutta la città dell’Aquila è sconvolta. La folla era tutta stretta in un grande abbraccio intorno ai genitori Enza e Giuseppe, al fratello e a tutti i cari del 45enne.
Ieri pomeriggio erano in centinaia per dargli l’ultimo saluto: impossibile contenerli tutti nella chiesetta temporanea della frazione aquilana, in cui la comunità si riunisce dalla tragedia del sisma che ha danneggiato la chiesa di San Nicola di Bari. In molti erano fuori, con l’ombrello sotto alla pioggia. «È stato amico dei sogni della nostra gioventù», diceva qualcuno tra le lacrime. Altri parlavano della sfortuna di Luca in quella drammatica escursione. Con il suo gruppo, domenica Luca aveva in animo di partire per una escursione sul monte Terminillo, come un amico racconta tra la folla. Poi, all’ultimo momento, il gruppo ha deciso di deviare verso il monte Sirente, per quello che per il 45enne escursionista è stato come un vero e proprio appuntamento col destino.
«Non c’è niente come un amico che dà la sua vita per gli altri amici», diceva all’interno della chiesetta di Monticchio don Osman nella sua omelia, citando il libro che racconta una tragica vicenda. «Se siete in tanti, qui, oggi, questa è la dimostrazione di quanto bene abbia seminato Luca».
Solare e generoso: così lo descrivono gli amici. Anche quelli che erano proprio dietro di lui domenica nella Valle Lupara sul monte Sirente. Lo chiamavano il “Camoscetto” per il suo amore per la montagna. Poi, all’improvviso, il piede su quella lastra di ghiaccio e la caduta. Ha cercato di fermare la sua corsa piantando la piccozza, non ci è riuscito. Quindi i violenti colpi contro la roccia. E la neve smossa dal suo gesto repentino che lo ha travolto come valanga. «Ti abbiamo visto andare via, giù in quel canale, e con te siamo scesi ad aiutarti. Ma il destino ha voluto che proprio la montagna, la tua prima casa, così la definivi, ti volesse per sempre con sé», hanno scritto gli amici che erano con lui dopo la tragedia.
È morto a causa dei gravi traumi riportati, come ha confermato l’accertamento richiesto dalla Procura di Sulmona, che è competente sul territorio di Secinaro, comune in cui rientra quella fetta di monte Sirente.
Inutili i soccorsi, giunti immediatamente con l’elicottero del 118. Il Soccorso alpino e speleologico, i tecnici della guardia di finanza e il medico a bordo non hanno potuto fare niente.
«Vola libero, scala tutte le montagne del paradiso, da lì vedrai tutte le tue vette. Ti portiamo nel cuore e ti promettiamo che faremo tesoro di tutto ciò che ci hai insegnato. Noi avremo sempre quella stella cometa da guardare in cielo, che scenderà su la tua amata vetta e sarai sempre la nostra guida. Tu aiutaci da lassù e aiuta i tuoi cari ad andare avanti. Ti vogliamo infinitamente bene», questo l’ultimo saluto degli amici.
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