MOSCIANO SANT’ANGELO. «Tonino lu marchiscià, tutti lo chiamavamo così». Il tono di voce pacato è solo leggermente incrinato dalla commozione difficile da contenere. Antonio Errico, ex dipendente Betafence, ricorda con queste parole l’amico e compagno di lavoro per tanti anni Antonio “Tonino” Fanesi. Sono passate poche ore dall’incidente in fabbrica che ha strappato alla vita l’operaio 49enne originario di San Benedetto, ma residente a Giulianova Paese, e padre di tre figli. Al cordoglio unanime, all’indignazione per l’ennesima morte bianca e alla richiesta di investimenti sulla sicurezza dei luoghi di lavoro si uniscono le emozioni e i ricordi di chi con Tonino ha condiviso fatica e lotte prima che lui si trasferisse alla Metallurgica Abruzzese di Mosciano dove è stato vittima dell’incidente.
IL DOLORE DELL’AMICO
«Siamo stati colleghi a lungo in Betafence e per quattro anni abbiamo anche condiviso lo stesso reparto», racconta Errico, «era generoso, ti aiutava sempre sul lavoro. Andava a lavorare in bicicletta, per ridurre le spese, e spesso faceva anche i turni di notte per far fronte alle esigenze della famiglia e stare con i bambini mentre la moglie era al lavoro. Abbiamo anche condiviso tante nottate durante il presidio del 2020 quando ci fu l’annuncio di ristrutturazione e delocalizzazione della Betafence». A quel punto, però, Fanesi prese un’altra strada. «Aveva necessità di lavorare e non voleva vivere di sussidi sociali, come il contratto di solidarietà», ricorda l’amico, «ebbe l’opportunità di entrare alla Metallurgica con Cavatorta e ne fu felice perché così poteva garantire un futuro ai suoi figli». Errico descrive Tonino lu marchiscià come «un lavoratore integerrimo, sempre ben disposto al dialogo: mai una parola fuori posto, lo ricorderemo tutti come una brava persona». L’ultimo incontro risale ad appena dieci giorni prima della tragedia. «L’ho visto allo chalet Malibù dove c’era un amico in comune», racconta Errico, «gli ho offerto un caffè e mi ha ringraziato dieci volte: lui era così, un buono».
La mobilitazione
Il dolore si mescola all’indignazione nel rivendicare quei diritti «troppo spesso negati» per i quali tanti lavoratori pagano il prezzo più alto. Sono i sentimenti che domani animeranno lo sciopero dei metalmeccanici con flash mob e manifestazione alle 10 in piazza Martiri a Teramo. Lo hanno proclamato Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm Uil ieri, con un picchetto simbolico davanti allo stabilimento della Metallurgica Abruzzese, dove il giorno prima si è consumata la tragedia. «Bisogna agire, le parole non bastano più», sottolinea Natascia Innamorati, segretaria Fiom, «abbiamo la ragione, ma dobbiamo avere anche la forza e questa la farà solo un’adesione massiccia alla manifestazione». Il numero di infortuni e morti sul lavoro sono in drastico aumento. «Si muore come 50 anni fa», evidenzia Innamorati, «e la tragedia ha toccato anche la nostra provincia». È necessario dalle parole ai fatti perché «la politica finora non ha mai affrontato il tema di quale tipo di occupazione si crea: un lavoro precario che mira ad aumentare il profitto senza qualità in termini di sicurezza». Servono investimenti mirati. «A parte qualche esempio virtuoso», osserva la segretaria Fiom, «nella gran parte delle fabbriche il patrimonio immobiliare resta obsoleto e allora non si può parlare di fatalità in caso di incidenti: è togliersi le responsabilità».
Il Cordoglio politico
Il Pd si unisce al dolore e alla rivendicazione sulla sicurezza dei luoghi di lavoro. «Siamo provati dalla tragedia, ma assumiamo l’impegno a non spegnere i riflettori su un tema che riteniamo centrale», assicura il segretario provinciale Piergiorgio Possenti, «servono risorse per promuovere la cultura della prevenzione, attraverso la defiscalizzazione dei costi in materia di salute e sicurezza e incentivi alle aziende per acquistare attrezzature innovative». (g.d.m. – al.al.)
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