PESCARA. E’ diventata virale sui social la drammatica testimonianza di una donna che ha dovuto assistere impotente alle ultime ore di suo zio al Pronto soccorso dell’ospedale di Pescara. 

Bruno D’Attanasio, imprenditore edile di 90 anni, è arrivato alle 5,45 del 2 giugno in ambulanza al Pronto soccorso con febbre alta e vomito. Il suo cuore si è fermato alle 14.45, “tentando di fare la decima telefonata” alla nipote per chiederle, lucidissimo, di fare qualcosa, di sollecitare un controllo da parte del personale, perché stava male e nessuno lo aveva visitato, almeno fino alle 14.02.

In un lungo e toccante post su Facebook la nipote, l’imprenditrice Luciana Ferrone, racconta cosa è accaduto con grande compostezza e senza voler dare colpe. Il suo racconto diventa una impietosa fotografia della difficile situazione in cui è stato lasciato il Pronto soccorso pescarese.

La vicenda ha smosso anche la politica: i consiglieri regionali del Pd Silvio Paolucci e Antonio Blasioli hanno chiesto una riunione urgente della conferenza dei capigruppo sul tema, per ascoltare l’assessore regionale con delega alla Salute Nicoletta Verì

Il consigliere regionale M5S Domenico Pettinari si incatena, invece, davanti al Pronto soccorso. “Al Pronto soccorso mancano medici e personale sanitario. E perché mancano?”, chiede il consigliere, “perché in Pronto soccorso si rischia e allora i medici chiedono di essere pagati di più come giusto che sia. E allora come è possibile che si trovano 10 milioni di euro per il ritiro in Abruzzo di una squadra di calcio (ndr il Napoli a Castel di Sangro) non capisco come sia possibile non trovare 500 euro da mettere nelle buste paga dei medici di emergenza-urgenza che vanno in pronto soccorso”.


Il consigliere Pettinari incatenato (foto Cordesco)

Secondo Pettinari servirebbero altri dieci medici in pianta organica, premialità curriculare e rotazione dei medici, “ma queste cose”, dice Pettinari, “le ho più volte chieste senza essere ascoltato e allora occorrono gesti eclatanti perché al Pronto soccorso dell’ospedale di Pescara ci sono attese infernali fino a 24 ore. Queste cose in un paese civile non possono accadere per cui mi auguro che dopo un ennesimo grave accadimento la Regione dia delle risposte e prenda provvedimenti”.

Nel frattempo la Asl, contattata dal Centro.it, esprime innanzitutto condoglianze alla famiglia e avvia degli audit interni per chiarire ai parenti cosa sia successo.

Questa, per intero, la lettera pubblicata sui social:

“La morte di un uomo per bene. Sono le 5,45 quando un ambulanza lo porta al pronto soccorso, il posto dove non sarebbe mai voluto andare, lucidissimo, febbre a 39,7, vomito continuo, si rende conto che è in una situazione grave e chiede di chiamare ambulanza, la sua mente lucida come un ventenne.

Arriva e lo mettono in codice giallo. Lo raggiungo in pronto soccorso alle ore 8 del mattino, riesco ad entrare, lo trovo sudato, non sembra avere la febbre, ha sete, gli do dell’acqua, mi dice “aiutami, nessuno mi guarda, mi sento male”, provo a chiedere a infermiere, mi dicono fra 4 persone tocca a lui, protesto debolmente, “signora è un cardiopatico, fate presto”.

Lui resta in silenzio, sguardo severo di sempre, attento, mi dice di nuovo “cerca di fare qualcosa, sento che sta arrivando la fine, tranquillizza tua zia, non farla preoccupare…”

Dopo un po’ mi fanno uscire, “non può restare signora”, protesto, è debole, gli sto accanto non do disturbo… “deve andare fuori, ci pensiamo noi”. Lui conosce la mia indole, non si lamenta, non richiama l’attenzione di nessuno, composto come sempre , mi dice “chiama, chiama qualcuno, non farmi morire qui, non andartene…” Devo uscire zio, non mi fanno restare, stai tranquillo, adesso ti visitano, la febbre sembra scesa, non ti abbandono, stai tranquillo.

Alle 11,15 esco fuori, quest’uomo perbene, mi telefona la prima volta alle 11,47, ancora con il suo grido di aiuto sommesso e pacato “sei sicura che mi visitano, io sto sempre molto male e qui non viene nessuno”, cerco di dirgli che andrà tutto bene e che presto si prenderanno cura di lui. “Si ma quando? Quando, dimmi Luciana, ascoltami, mezz’ora? Quanto tempo? Provo ad aspettare, ce la faranno fra mezz’ora?” 

Dopo di questa, tante chiamate al mio telefono, alle 14,02 l’ultima telefonata di aiuto… “Non mi hanno ancora visitato, sono passate tante mezz’ora e qui da me non è venuto nessuno”. Poi il silenzio, sono terminate le sue telefonate, mi reco verso il pronto soccorso e mentre ero per strada mi avvisano che è morto. È morto con il telefono in mano tentando di fare la decima telefonata a sua nipote.

È morto così, un uomo perbene, in un “pronto” “soccorso”. Da solo. Ma aveva 90 anni, forse la vita ha meno valore… sarebbe morto comunque… Era un grande imprenditore edile, aveva dato lavoro a centinaia di famiglie, costruito ponti e acquedotti, ha mangiato pane che puzzava di asfalto insieme ai suoi operai.

Nessuna accusa a nessuno. Si fidava di me e io non sono riuscita ad aiutarlo. È morto un uomo perbene, al pronto soccorso di Pescara il 2 giugno 2022 alle ore 14,45 . Solo. Senza pronto e senza soccorso. Si chiamava D’Attanasio Bruno ed era mio zio”.