CANOSA SANNITA. Aveva pagato regolarmente le spese di allaccio alla rete idrica, ma per quasi sei mesi in casa sua l’acqua non si è vista. Non poteva lavarsi né cucinare ed era costretta a spostarsi dai suoi genitori anche per fare le lavatrici. E a quel punto una donna di 50 anni ha chiesto un risarcimento danni alla Sasi per la mancata fornitura di acqua nella sua casa di Canosa Sannita. Il giudice di pace di Chieti, Sandra Cacciatore, ha accolto la domanda di risarcimento e condannato la società del servizio idrico al pagamento di 3mila euro (500 per ogni mese in cui è mancata l’acqua), oltre alle spese legali. «È una sentenza paradigmatica», commenta il vicecoordinatore del Codacons Abruzzo, l’avvocato Vittorio Ruggieri, che ha difeso la donna, «che cristallizza il diritto al risarcimento del danno esistenziale ogni qual volta un consumatore subisce un pregiudizio serio e tale da violare i diritti fondamentali della persona».
Tutto è cominciato il 21 settembre 2017, quando la donna ha pagato 744,85 euro per ottenere l’allaccio completo di casa sua alla rete idrica. Successivamente, il 16 marzo 2021, è stato stipulato il contratto con la Sasi. «Nonostante numerosi reclami», si legge nella sentenza del giudice di pace, la donna ha raccontato di non aver potuto usufruire dell’acqua nell’abitazione «per cui la fornitura idrica restava inattivata».
La donna, che viveva da sola, aveva trasportato tutti i suoi mobili in quella casa ma per sei mesi l’acqua non si è vista. Il 7 settembre 2021 il suo avvocato ha inviato una diffida alla Sasi per la mancata erogazione di acqua. «La donna», si legge nelle carte, «contestava l’inadempimento della Sasi a causa del quale non aveva potuto usufruire della sua abitazione, ed aveva dovuto provvedere per le sue esigenze vitali recandosi presso la casa dei suoi genitori». Otto giorni dopo la diffida, la Sasi ha finalmente attivato la fornitura idrica. Ma a quel punto la donna ha deciso di chiedere il risarcimento economico in virtù dei «danni» subiti.
«Nonostante i numerosi tentativi bonari di risolvere la vicenda», spiega l’avvocato Ruggieri, «e una conciliazione davanti all’Arera, la società si è sempre rifiutata di riconoscere le proprie responsabilità. A quel punto la nostra iscritta ha deciso di rivolgersi al giudice di pace di Chieti che, rilevando la presenza di un danno esistenziale subito dalla donna, per essere stata 6 mesi senz’acqua, le ha riconosciuto una somma di tremila euro a titolo di risarcimento, oltre al ristoro delle spese legali per circa 1. 400 euro».