CHIETI. Il responsabile del 118 di Chieti, Adamo Mancinelli, è stato condannato al pagamento di una multa per aver schiaffeggiato e minacciato un infermiere del Pronto soccorso teatino.
La sentenza è stata emessa dal giudice di pace Clementina Settevendemie: Mancinelli dovrà pagare 400 euro e un risarcimento danni di mille euro, più 2.527 euro per le spese legali. Il giudice ha ridotto la pena di un terzo, «in considerazione dello stato di provocazione determinato dalla persona offesa». I fatti risalgono al 2020: il 15 giugno di quell’anno l’infermiere Marco Di Renzo deposita una querela ai carabinieri di Chieti Scalo in cui racconta di aver ricevuto un ceffone da Mancinelli. Riferisce di essere stato strattonato violentemente e schiaffeggiato. Parla di uno scatto d’ira. Ha un referto medico, rilasciato dal Pronto soccorso in cui lavora, che parla di sindrome da stress giudicata guaribile in 5 giorni. E due colleghi infermieri dicono di aver visto lo schiaffo. Altri testimoni invece non l’hanno visto. Il giorno della lite, il 12 giugno del 2020, arriva in Pronto soccorso un paziente sospetto Covid e nasce una discussione tra il personale del 118 e l’infermiere del Pronto soccorso su come gestire la situazione. La dottoressa del 118, che aveva trasportato il paziente in ospedale e aveva discusso con l’infermiere, chiama Mancinelli, suo superiore, per raccontare i fatti e lamentare quella che, a suo dire, è l’ennesima situazione di difficoltà con l’infermiere che non voleva accettare un paziente in Pronto soccorso. Mancinelli, che era anche di riposo, accorre alla richiesta d’aiuto della sua dottoressa e si scontra con l’infermiere. Il medico non ha mai negato di aver rimproverato l’infermiere, ma dice di essersi fermato alle parole. «È vero che sono andato a dire all’infermiere che non si era comportato bene, è vero che l’ho rimproverato utilizzando parole forti. Ma non sono mai passato alle mani», dice il medico, «non ho le caratteristiche del picchiatore. Non l’ho mai fatto neanche con i miei figli. Quando ho ricevuto la telefonata della mia dottoressa, mi sono sentito in dovere di intervenire. Non era la prima volta che capitava e perciò ho fatto quello che andava fatto. Ma non ho tirato schiaffi. Prendo atto della sentenza del giudice e sto valutando il ricorso in appello perché penso che possa essere ristabilita la verità dei fatti».
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