PESCARA. Il sorriso, la solarità, la giovialità. Erano questi alcuni dei segni distintivi di Massimiliano Natale, il pescarese morto a 54 anni dopo pochi mesi di malattia. Max, come lo chiamavano tutti, affrontava così la vita: sempre sorridente, pur essendo assolutamente conscio degli impegni da affrontare, specie sul lavoro. Si era affermato come avvocato nel campo bancario, era arrivato in alto e la vita lo aveva portato da molti anni a Milano, lontano da Pescara, dove aveva lasciato il padre Santino, morto negli anni scorsi, la madre Elda e il fratello Luca. Lavorava per Ubs Italia e «quando in Svizzera avevano un problema in banca chiamavano lui, “Wolf”. Era questo il suo soprannome», dice con orgoglio il fratello che ha condiviso con Max, tra l’altro, la passione dello sport.
«Anche se avevamo età diverse siamo cresciuti insieme, e quando ha preso la patente era lui (più grande) a portarci in giro». Dopo aver frequentato il liceo Da Vinci, Max aveva studiato Giurisprudenza a Teramo e, al termine di un master in diritto comunitario, «ha subito trovato lavoro a Milano, e da lì ha collaborato anche con degli studi londinesi. Ma siamo sempre rimasti in contatto», prosegue il fratello che lo descrive «deciso, preciso, perfezionista ma, allo stesso tempo, capace di prendere tutto con la leggerezza del sorriso». Parla di Natale anche il figlio Manuel, anzi parla direttamente a suo padre, a tu per tu, descrivendo un rapporto speciale. «Il ricordo di quando ti incontrai 20 anni fa non si è sbiadito, bensì colorato di mille sfumature: ci siamo avvicinati una volta e mai smessi di amare sebbene il tuo carattere autoritario e, talvolta, severo potessero lasciar intendere altro. La pienezza del sentimento che ci legava era troppa per essere contenuta in quella corazza, che diveniva fragile e vulnerabile. Ma il tuo rintanarvisi era frutto di un esercizio di stile che ormai ti identificava. Hai saputo insegnarmi il valore della concretezza per vincere nella vita nonostante tutto: “Il grazie non si dice, si fa!” E tu l’hai fatto più di chiunque altro», dice il giovane universitario salutando il padre.
«Aveva tutti i pregi possibili», ricorda uno dei cugini di Max, Alessandro Natale, dal bar di via del Circuito. Ed elenca alcune delle passioni dell’avvocato con il pallino dello sport. «Amava lo sci, la vela, il surf, le moto, suonava il violino e il piano. Ed era fantastico, gioioso, scherzoso», dice ancora pensando all’ultima cena tra cugini, nel 2020.
«Ti sei distinto in tutto, negli studi da ragazzo, nella musica, nel lavoro, sei stato un temerario con le tue passioni sportive, bravo in tutto ciò tu abbia fatto», scrive su Facebook un altro cugino, DarioNatale. «Da te ho imparato che bisogna vivere la vita sempre al massimo», conclude. I giorni passati insieme in gioventù sono ancora un bel ricordo per Guerino Testa, che pensa «a Max all’epoca della Croce del sud, di piazza Salotto e delle discoteche. Era un buono, educato, gioviale e studioso. Ha vissuto per lo sport». E l’amore per le due ruote era il punto di congiunzione tra Max e Antonino Lamante. Si conoscevano da sempre e «quando era qui uscivamo in mountain bike. Era il ritratto della salute», dice, «basti pensare che era campione d’Italia di fitness, è sempre stato benissimo, non aveva problemi» per cui è difficile accettare che la malattia lo abbia strappato alla vita così rapidamente, «mentre lui sperava di riprendersi». Oggi l’addio della famiglia e della compagna Melanie, alle 16, nella chiesa dello Spirito Santo.