PESCARA. Ha fatto nascere oltre 3mila bambini l’ostetrica Laura Maccaferri, pescarese di origini emiliane, cento anni compiuti pochi giorni fa. Li faceva venire alla luce nelle case, sotto le bombe, durante la guerra. Veniva chiamata dai familiari delle partorienti, che spesso vivevano in quartieri poverissimi, e che raggiungeva in bicicletta sfidando i pericoli della strada a tutte le ore del giorno e della notte. Così per 42 anni, dal 1943 al 1985 quando è andata in pensione, 35 dei quali trascorsi a Pescara, nel quartiere Villa del Fuoco.
Sabato scorso la “mammina” più anziana d’Italia è stata festeggiata per i suoi 100 anni dai familiari con torta e spumante nella residenza di Santa Teresa di Spoltore dove vive da tempo. La centenaria ha ricevuto la visita del sindaco di Pescara, Carlo Masci, che le ha donato un mazzo di fiori e un diploma, e le fatto gli auguri. Lei ha ringraziato e sorriso, emozionata e felice.
Nata a Cento, in provincia di Ferrara, il 19 novembre 1922, da mamma Adelmina Carpegiani e papà Primo, agricoltori, Laura Maccaferri ha aperto il varco a tre generazioni di ostetriche: lo sono anche la figlia Lorena e la nipote Claudia. Lo rivela l’altro figlio, Germano Marone, dipendente comunale in pensione, che racconta la vita straordinaria di una donna «dal carattere determinato e ancora in buona salute» che vive a Pescara dal 1950, quando si trasferì col marito Gaetano Marone, soldato fatto prigioniero sul fronte africano e, in seguito, agente delle guardie di pubblica sicurezza, scomparso anni fa, conosciuto a Sant’Angelo Limosano, nel profondo Molise, dove la levatrice (nonna anche di Sara, Irene e Lorenzo e 5 pronipoti) si trasferì dopo il diploma a Bologna nel maggio 1943. «Mia madre si era appena diplomata in Ostetricia alla facoltà di Medicina di Bologna e aveva da poco ritirato l’attestato, chiuso in un cilindro, quando sulla strada verso casa», scioglie i ricordi della madre, Germano Marone, «venne bloccata da un tedesco che le puntò un mitra pensando che fosse una staffetta partigiana. Fu salvata da un altro tedesco che masticava l’italiano e che ispezionò il cilindro che mamma stringeva a sé. Quel momento di orrore ce lo ha sempre raccontato ed è ancora traumatizzata».
La prima destinazione fu Sant’Angelo Limosano dove rimase tre anni. «La accompagnò suo padre durante un viaggio in treno di tre giorni, perché si viaggiava solo di notte, di giorno i convogli si bloccavano sotto le gallerie per evitare le mitragliate. Prima di partire, nonno Primo inviò un telegramma al sindaco di Sant’Angelo, che non conosceva, chiedendogli di mandare una vettura a prenderli. E una volta arrivati in stazione, padre e figlia trovarono un somarello ad attenderli, sul quale salì solo mia madre. Procedettero per 20 chilometri fino a Sant’Angelo. Per tre anni prestò solo servizi sanitari alle gestanti perché gli uomini erano al fronte e i bambini non nascevano. Poi», prosegue Marone, «conobbe mio padre e tornò a casa, nel Ferrarese, dove in un paese vicino al suo, Cavalcore, fece nascere il primo bambino, nel 1945».
A Pescara Maccaferri si spostava ogni giorno dalla sua abitazione di Villa del Fuoco: «I familiari delle donne che stavano per partorire», prosegue il figlio, «andavano a chiamarla a casa, la voce del suo arrivo in città si sparse subito. All’epoca il quartiere era fatto di fango e case sparse e solo i ricchi partorivano in ospedale. Lei inforcava la bicicletta con la borsa dei ferri del mestiere e partiva di giorno, di notte, col sole e la pioggia, inseguita da randagi e malintenzionati. Ma non si perse mai d’animo, raggiungeva quelle case poverissime e faceva il suo lavoro, anche due giorni dopo la mia nascita, nell’agosto 1951, lasciandomi alle cure di una vicina. Mamma, che oggi è l’ostetrica più anziana d’Italia, ha fatto nascere oltre 3mila bambini tra il 1950 e il 1985, non permetteva mai ai mariti di assistere, non voleva nessuno intorno in quei momenti, solo le madri delle partorienti che le davano una mano». Sui social l’affetto di tutti coloro a cui la “mammina Laura” ha dato la vita.
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