CHIETI. Ha lasciato il suo cane senza cibo né cure. «In quel periodo», si è giustificato, «ero stato colpito da una tragedia: la morte di mio figlio». Ma non è bastato per evitare la condanna. Raffaele A., 73 anni di Ripa Teatina, alle spalle «numerosi precedenti penali», è stato riconosciuto colpevole in via definitiva del reato di «abbandono di animali»: dovrà pagare 1.000 euro di ammenda, oltre alle spese processuali e ad altri 3.000 euro per aver portato il caso fino in Cassazione. I giudici romani della settima sezione penale (presidente Gastone Andreazza, relatore Claudio Cerroni) hanno dichiarato il ricorso inammissibile, sottolineando la sua «manifesta infondatezza» e confermando così il pronunciamento del tribunale di Chieti.
IL RICORSO
L’uomo ha impugnato la sentenza di primo grado riassumendo le motivazioni in due punti. In primis, ha negato l’addebito sostenendo, si legge in sentenza, che «non era stata provocata sofferenza alcuna all’animale, già malato per ragioni estranee all’imputato, il quale invece aveva inutilmente tentato di somministrare al cane farmaci e cibo».
Sempre in base alla tesi difensiva, «l’eventuale superficialità della condotta di Raffaele A. doveva semmai farsi risalire alla tragedia personale da cui era stato colpito, con la perdita del figlio».
LA SENTENZA
Una versione considerata non credibile dalla Cassazione, che ritiene come il tribunale teatino abbia dato «puntuale ed espresso conto delle deplorevoli condizioni dell’animale e dell’infondatezza delle giustificazioni addotte dall’imputato, proprietario di un animale malnutrito e senza cure mediche, laddove la perdita dolorosa del figlio non poteva giustificare comunque tale comportamento abbandonico».
«NO ALLE ATTENUANTI»
Quanto alla mancata concessione delle attenuanti generiche, per la difesa andavano riconosciute «in ragione del lutto personale», anche perché i precedenti penali dell’imputato «non erano della stessa indole». Ma, secondo la Cassazione, bene ha fatto il giudice di Chieti a non accordare alcuno “sconto” considerando non solo i trascorsi giudiziari dell’uomo, ai quali è stato «attribuito un rilievo preponderante», ma anche «la palese smentita della tesi difensiva circa l’accudimento, invero inesistente, dell’animale».
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