PESCARA. Il Consiglio regionale sta per dare il via libera a una nuova legge che semplifica e rende molto più veloce il processo di riscatto dei terreni gravati da uso civico trasferendo ai 305 Comuni d’Abruzzo il potere di legittimazione.
Il controllo della Regione, che fino ad ora ha svolto questo articolato compito, si limiterà ad una verifica «entro termini perentori», alla scadenza dei quali si perfezionerà il cosiddetto silenzio-assenso. Questo è il succo del progetto di legge che, nella pratica, ha un interesse vastissimo.
ANNI DI ATTESA. Capita spesso infatti di non poter vendere o acquistare un immobile perché si scopre che su di esso grava un uso civico. E che per liberarlo da questo vincolo, che rende il bene inalienabile, passino molti anni. Le zone della regione interessate su cui grava il vincolo civico hanno una superficie complessiva determinata, circoscritta ma allo stesso tempo enorme, pari a un terzo dell’intero Abruzzo. La nuova norma viene così definita una svolta in grado di sbloccare centinaia, se non migliaia, di pratiche di edilizia e urbanistica incagliate, per quantità e qualità, negli uffici competenti della Regione per via del quadro normativo attuale complesso e farraginosa.
IL FRONTE DEL SÌ. Proposta dal presidente della Commissione consiliare “Ambiente, Territorio e Infrastrutture” di Valore è Abruzzo, Manuele Marcovecchio, la riforma sugli usi civici arriverà domani in aula dopo un sì trasversale già raggiunto in prima commissione Bilancio. Il progetto di legge, nello specifico, pone in capo al Comune, oltre che le attività istruttorie, che in parte già svolge, anche l’adozione del provvedimento finale di legittimazione, senza comportare ulteriori attività. La prima commissione lo ha esaminato durante svariate sedute nelle quali, tra l’altro, sono stati ascoltati numerosi portatori d’interessi nonché docenti universitari, alcuni dei quali del Centro studi intitolato a Guido Cervati, giurista napoletano del secolo scorso ritenuto tra i maggiori esperti in materia di usi civici. Nell’ultima seduta del 6 dicembre scorso, il presidente di commissione, Fabrizio Montepara, ha posto in votazione la nuova norma approvata a maggioranza.
Hanno votato a favore i consiglieri Montepara, Vincenzo D’Incecco (con delega di Emiliano Di Matteo), Simone Angelosante (delegato da Mauro Febbo), Marcovecchio, Mario Quaglieri (delegato da Guerino Testa) e Marco Cipolletti, del centrodestra; Americo Di Benedetto, Antonio Blasioli e Marianna Scoccia, per il centrosinistra. Hanno invece votato contro i 5 Stelle Domenico Pettinari e Francesco Taglieri e la consigliera Sara Marcozzi.
Con questa premessa, la riforma non può che essere approvata anche in aula.
COSA CAMBIA. Nello specifico, la legge, nei primi due articoli fa riferimento a norme antiche della prima metà del ‘900, riguardanti «l’occupatore abusivo di terre gravate da diritto di uso civico», la richiesta di «legittimazione», cioè di possesso attraverso il riscatto dei terreni, agricoli o edificabili, pagando una somma pari alla capitalizzazione del canone annuo, prevista dal cosiddetto “diritto di enfiteusi”. Alla domanda di legittimazione, rimarca la norma, «deve essere allegata idonea documentazione attestante le permanenti e sostanziali migliorie apportate sulle terre civiche occupate, oltre alla documentazione catastale e fotografica dello stato dei luoghi».
Si entra nel vivo con gli articoli successivi: «Le funzioni amministrative spettanti alla Regione concernenti la legittimazione di occupazioni abusive sono conferite ai Comuni» che adottano «secondo i propri ordinamenti, il provvedimento finale nel termine di centoventi giorni dalla presentazione dell’istanza».
In capo alla Regione resta comunque un compito importante: «Il Servizio regionale competente», dice la nuova legge, «può chiedere chiarimenti, documenti o integrazioni istruttorie; in tal caso il termine di 120 giorni è sospeso per un periodo non superiore a trenta giorni e riprende a decorrere dalla ricezione degli atti richiesti». E se il Servizio regionale ritiene illegittimo il provvedimento comunale, «può ricusare il visto e restituisce gli atti al Comune per le ulteriori determinazioni».
TOCCA AI COMUNI. Per quanto riguarda i tempi necessari per far sì che i Comuni si organizzino ad affrontare il nuovo carico di lavoro, la norma concede 90 giorni dall’entrata in vigore, entro i quali «i Comuni adottano atti di organizzazione al fine di assicurare lo svolgimento delle funzioni di cui alla presente legge».
Ma guai se ciò non accadesse perché, in questo caso, la Regione riacquista i sui poteri: «in caso di mancato esercizio delle funzioni conferite (…), la Giunta regionale, previa diffida ad adempiere entro un congruo termine non inferiore a 30 giorni, procede alla nomina di un commissario ad acta». Così stabilisce la riforma.
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