TAGLIACOZZO. Nella storia del nostro Paese il 23 agosto 1268 è una data memorabile. Segna infatti la fine di un sogno. Quello a lungo coltivato da Federico II di Svevia, il quale, dopo aver trasferito la sede dell’Impero dalla Germania in Sicilia, si era messo in testa di unificare l’Itala. Un disegno che avrebbe spazzato via lo Stato pontificio, che comprendeva quasi tutto il Centro Italia. Per contrastarlo il Papa chiese l’intervento della Francia. Nel 1250, improvvisamente, Federico II morì, ma il suo ambizioso progetto fu portato avanti prima dal figlio illegittimo Manfredi e poi dal nipote, Corradino, entrambi sconfitti da Carlo I D’Angiò, fratello del re di Francia. Teatro della battaglia non fu Tagliacozzo, come comunemente è conosciuta, ma la pianura (Piani Palentini) tra Scurcola-Magliano-Cappelle. A consegnarla alla storia con questa denominazione fu Dante Alighieri nella Divina Commedia: “E là da Tagliacozzo/ove senz’armi vinse il vecchio Alardo” (canto XXVIII dell’Inferno). Il “là da” vuol significare che la battaglia si è svolta a una certa distanza da questa città, allora la più importante della Marsica. I versi di Dante rivelano l’impiego da parte di Carlo, su suggerimento di Alardo (Erardo) di Valery, della tattica dell’imboscata, che gli consentì di sconfiggere Corradino. Una tattica che Erardo aveva appreso durante le Crociate. Sullo schieramento dei due eserciti, gli storici non sono concordi. Secondo alcuni l’esercito di Carlo occupava la parte destra del fiume Imele-Salto, con alle spalle Magliano; quello di Corradino la parte sinistra, con alle spalle Scurcola. Secondo altri i due eserciti avrebbero operato a destra dell’Imele-Salto, tra Cappelle e Magliano. E il fiume presso il quale si è svolta la battaglia non sarebbe l’Imele-Salto, ma il torrente Riale, oggi quasi scomparso. Se si accetta la prima ipotesi, la località dove Carlo occultò il contingente sarebbe la collinetta dove oggi sorge Magliano. Se si accetta la seconda, sarebbe la collina di Alba Fucens. Corradino, la cui discesa in Italia era stata sollecitata dai ghibellini (partigiani dell’imperatore), per vendicare la sconfitta di Manfredi a Benevento, il 26 febbraio 1266, parte, non ancora 16enne, alla testa di un esercito, da Augusta (Baviera), nell’agosto del 1267. Carlo il 14 agosto 1268 è già nei pressi di Scurcola. Corradino giunge nel pomeriggio del 22. Le sorti della battaglia volgono subito a favore degli Svevi. Credendo di aver vinto la battaglia, sciolgono le file e si danno al saccheggio. È allora che il drappello angioino, composto da 800 cavalieri, balza dal nascondiglio e coglie di sorpresa gli svevi. È una strage. Corradino riesce a fuggire. Arrestato vicino a Nettuno, viene consegnato a Carlo, che lo conduce in catene a Napoli, dove il 29 ottobre, alla presenza di una folla in tumulto, a piazza del Mercato, viene decapitato.