PESCARA. Un malore improvviso. La paura. Il responso del medico di fiducia e la corsa al Pronto soccorso dove sono rimasta per 13 ore, dalle 11 del mattino di lunedì a mezzanotte, ora delle dimissioni a seguito del ristabilimento dei parametri vitali. Dopo mesi di proteste e segnalazioni da parte di cittadini e familiari dei pazienti sulle snervanti ore di attesa e i ritardi nelle cure nel dipartimento di emergenza di via Fonte Romana. E dopo i conseguenti appelli della Asl all’utenza a «recarsi al Pronto soccorso solo per casi urgenti» con i dati alla mano di «iperafflussi» quotidiani, ora tocca a me raccontare le fibrillazioni di una giornata difficile con il carico di ansia mista a sollievo e gioia ad ogni diagnosi negativa. E osservare «da dentro» i sacrifici e l’abnegazione di medici, infermieri, operatori sanitari e vigilantes pronti a fronteggiare, con un sorriso o con gli occhi lucidi, la rabbia dell’utenza in attesa.
Nonostante il panico, rispetto il protocollo imposto dalla Asl: prima il consulto del medico di base che mi dice di «andare in ospedale, subito». L’arrivo e l’accettazione in pretriage 1 spinta su una carrozzella, il ricovero in codice rosso al dipartimento di Urgenza. La porta rossa si chiude, la gola si serra. Stesa sul letto-barella, però, due criticità le noto: il bagno promiscuo per uomini e donne e le macchie scure sulle controsoffittature. «Ci è entrata l’acqua», mi dicono. Ma come? Nel Pronto soccorso nuovo? Lì dentro sono un paziente sconosciuto come gli altri, nessun privilegio. Gli infermieri mi preparano per la visita del medico di turno: 13 ore dopo avevo collezionato tre prelievi di sangue, 4 o 5 elettrocardiogrammi e due tac. Mi tranquillizzano con parole gentili. Oltre un divisorio intravedo due anziani e un caso psichiatrico che dà del filo da torcere a tutti ma il personale sanitario lo gestisce con pazienza, per ore, senza perdere mai il controllo. Le facce di medici, infermieri e oss sono stravolte dalla stanchezza, le voci in diffusione avvertono delle continue emergenze in arrivo. Tra loro comunicano anche con walkie talkie. Non camminano, volano: sfrecciano da una stanza all’altra, da una corsia all’altra.
È un girone infernale, il pronto soccorso: le barelle sono strette anche contro i muri tappezzati di rilassanti immagini di paesaggi lacustri e montagne innevate, messe apposta per alleggerire il dramma di ognuno. È un viavai di barelle che peraltro hanno spazi ristretti di manovra nei nuovissimi locali grigio-blu, trasportate dai soccorritori del 118, Croce rossa, Misericordia e Croce verde. C’è continua tensione in corsia: chi grida aiuto, chi mangia, chi piange, chi dorme, chi si dispera per i dolori. Se provi a chiedere, tra mille sensi di colpa per non dare fastidio: «Scusi, avrei bisogno di…», ti rispondono frettolosamente: «Un attimo, arrivo, siamo in emergenza». Devono salvare vite, certo. Ma andrebbe migliorata la gestione del personale che non può riversarsi tutto in emergenza: qualcuno dovrebbe restare nella trincea di chi sta meno male. A volte quell’attimo può durare ore. Ed ecco che scatta la rabbia dei pazienti e dei familiari al loro capezzale. Quella sensazione di «abbandono, dove nessuno ti guarda, ti visita o ti porta un bicchiere d’acqua», più volte riferita al Centro dagli utenti inferociti, è reale. Non c’è tempo per seguire tutti. Accade soprattutto nell’area dei codici gialli e verdi, dove i letti con le persone sofferenti sono uno accanto all’altro. A decine, stretti stretti, ammucchiati, i pazienti aspettano davanti agli ambulatori. Mi manca l’aria, anche per via della mascherina. E mi fa male vedere che non ci sono paraventi a proteggere la privacy dei malati che vengono spogliati e visitati davanti a tutti. Penso alla “fortuna” che ho avuto di stare in Urgenza: lì c’erano il divisorio e l’aria condizionata.