L’AQUILA. «Sono certa che la Corte non potrà modificare la sentenza assolutoria di primo grado. Dal primo processo a Pescara ho prodotto le carte dell’assoluta non colpevolezza del De Vico». L’avvocato Raffaella De Vico, legale e sorella dell’ex sindaco di Farindola, Antonio De Vico, ha aperto la sesta udienza del processo d’appello all’Aquila per la tragedia di Rigopiano del 18 gennaio 2017, costata la vita a 29 persone rimaste sotto le macerie per la valanga che distrusse l’hotel della frazione di Farindola. Il legale non ha risparmiato critiche nei confronti della pubblica accusa (rappresentata dai pm pescaresi Anna Benigni e Andrea Papalia.
«La mia difesa», ha detto, «ha riprodotto essenzialmente quelli che erano i punti salienti esposti in primo grado, poiché l’appello della procura, a mio avviso inammissibile per aspecificità, è una mera riproduzione dell’informativa di polizia giudiziaria: senza nessuna critica o censura che viene mossa alla sentenza del giudice Sarandrea che ha reso giustizia in questo processo». L’avvocato De Vico spiega nel merito i punti più importanti: «Non esiste alcuna norma nei due nuclei tematici, piano regolatore e piano di emergenza comunale, relativa alla commissione valanghe, perché tutte le poche norme esistenti, rinvenibili, sono tutte entrate in vigore dopo la cessazione dell’ultimo mandato del De Vico nel maggio del 2014. L’ex sindaco ha fatto più di quello che doveva fare».
Nell’udienza di ieri è intervenuto anche l’avvocato Vincenzo Di Girolamo che assiste il dirigente regionale Carlo Giovani e, insieme a Marco Pellegrini, il comandante della polizia provinciale Giulio Honorati, e insieme al collega Paolo Grugnale l’ex sindaco di Farindola Massimiliano Giancaterino. «Abbiamo confutato», dichiara il legale, «gli argomenti svolti dai pubblici ministeri appellanti: una difesa tecnica per esporre le ragioni che mi inducono a ritenere che sia Honorati che Giovani abbiano operato in modo ineccepibile. Per quanto riguarda Giancaterino la questione è ancora più tecnica, perché l’addebito nei suoi confronti è di non aver adottato il piano regolatore e di non aver convocato la commissione valanghe, in epoca peraltro assai precedente rispetto alla tragedia del 2017. Ma anche se il consiglio comunale avesse adottato quello strumento, in nessun modo avrebbe incluso una previsione di un rischio valanghe volta a rendere efficienti misure precauzionali per evitare la tragedia che si è verificata». Ha chiuso l’udienza di ieri, davanti alla Corte presieduta da Aldo Manfredi, l’intervento dell’avvocato Ugo Di Silvestre che insieme al collega Federico Bianchi assiste il tecnico Andrea Marrone che ebbe una consulenza dal gestore dell’hotel, Bruno Di Tommaso. «La pubblica accusa», ha detto Di Silvestre, «nell’atto di appello si è limitata a confermare le argomentazioni che aveva già speso nel primo grado, ma non ha contrastato in maniera puntuale le argomentazioni del gup di Pescara Sarandrea, per cui è un appello che presenta vizi di inammissibilità e comunque palesemente infondato, perché non è riuscito a superare le argomentazioni che il giudice di primo grado aveva utilizzato per pervenire all’assoluzione del mio assistito. Tanto più che Marrone non rivestiva nessuna figura di garanzia, essendo solo un consulente esterno».
Si tornerà in aula il 24 gennaio con le posizioni dell’ex prefetto di Pescara Francesco Provolo, della sua dirigente, Ida De Cesaris, e del dirigente regionale Enrico Primavera: tutti assolti in primo grado.