Elly è il diminutivo – ma per come azzanna gli argomenti potrebbe essere un nome di battaglia – di Elena Ethel Schlein, candidata alla segreteria del Partito democratico. La intervistiamo mentre si fa strada nella neve per partecipare a un incontro elettorale ad Arquata del Tronto, uno dei centri maggiormente colpiti dal terremoto del 2016 che ha devastato il Centro Italia. È attesa dal sindaco, nonché suo ex compagno di università Michele Franchi. «È un amico», precisa.
Lei si presenta alle primarie per il Pd e si propone di rivoluzionare il Partito, che avrebbe perso la sua identità. Ci dica tre motivi per cui gli iscritti dovrebbero votarla.
Allora, il primo è che abbiamo bisogno di ritrovare un’identità chiara che sia comprensibile alle persone e che ci faccia superare le contraddizioni di questi anni, mettendo al centro tre grandi questioni. Innanzitutto il contrasto alle diseguaglianze, aumentate con pandemia e crisi economica. La povertà è cresciuta, si è acuito il fenomeno del lavoro povero. Tre milioni di lavoratrici e lavoratori, pur lavorando, restano poveri».
Come si interviene?
Dobbiamo reagire investendo in sanità pubblica. Nella scuola come primo grande strumento di emancipazione sociale, anche territoriale, dove l’assenza di servizi causa spopolamento. Dobbiamo capire come una risposta pubblica possa ridurre la percezione di distanza dai luoghi dove si prendono le decisioni. Poi il lavoro: qui si è creato lo strappo più profondo del Pd rispetto ai mondi che si vogliono rappresentare. Bisogna prendere un direzione coraggiosa e coerente, limitando i contratti a termine, facendo una legge sulla rappresentanza e stabilendo finalmente un salario minimo sotto il quale è sfruttamento. La credibilità rispetto alle nuove generazioni è precaria. Spesso i lavori nuovi non conoscono le tutele dello Statuto dei lavoratori: queste tutele vanno scritte, altrimenti sarà difficile parlare con giovani che non hanno diritto neanche a ferie e malattie.
E la terza questione?
È quella climatica, che va affrontata con una conversione ecologica che accompagni la società, a partire dai più fragili, orientando gli investimenti pubblici, accompagnando i nuovi saperi, stando al fianco delle imprese, piccole e medie, per ridurre le emissioni. Il pianeta è solo uno e non l’abbiamo in proprietà, al massimo in prestito: dovremo restituirlo alle nuove generazioni.
Buoni propositi, ma se dovesse convincere concretamente chi si è allontanato dalla politica, come farebbe?
Un primo motivo per votare il progetto è che vuole ritrovare l’empatia con un blocco sociale di riferimento. La seconda questione è che per ritrovare credibilità bisogna rinnovare il gruppo dirigente. Ci presentiamo con una squadra plurale che vuole innovare la leadership, che vogliamo diversa, circondata di persone competenti e non fedeli. Non un uomo o una donna soli al comando. Terzo: faccio la campagna con lo stesso spirito con cui dieci anni fa occupavo le sedi di partito per protestare contro le grandi intese. Bisogna dare strumenti di partecipazione, di democrazia interna, bisogna collaborare con la base militante non solo per il volantinaggio ma per le scelte strategiche e per fare le liste.
Il suo antagonista principale è Stefano Bonaccini, suo ex presidente nella giunta dell’Emilia Romagna. La principale differenza tra voi due?
Guardi, ce ne sono tante. Siamo molto diversi sulla prospettiva politica: io vengo da una storia di mobilitazione dal basso che ha attraversato sia il Pd che la sinistra, nel momento in cui, davanti ad alcune scelte del partito, non ci siamo sentiti rappresentati e siamo usciti. Mi riferisco al Jobs act, allo Sblocca Italia, alla Buona scuola. Abbiamo percorsi diversi, abbiamo dimostrato compatibilità al governo, ma se mi hanno chiamato a dare un mano alle elezioni del 2020 è perché cerco di costruire una sinistra ecologista e femminista insieme. Poi su cosa deve essere il nuovo Pd qualche differenza sta emergendo.
Si riferisce al fatto che oggi esiste la possibilità di far votare gli iscritti attraverso una piattaforma online?
Abbiamo fatto una proposta forte perché accanto ai gazebo si potesse votare anche online. Questo per allargare la partecipazione, perché nell’anno del record di astensionismo sono state soprattutto le persone più povere a non avere i mezzi per esercitare il diritto al voto. Ogni mezzo per allargare la base votante è positivo.
Quali alleanze ritiene percorribili per il futuro del Pd? Meglio il Movimento 5 Stelle che rosicchia consensi e raccoglie simpatie nel mondo sindacale di sinistra, oppure il Terzo polo, dall’imprinting più moderato e riformista?
Penso che questo congresso serva al Pd per ridefinire un’identità perduta. Non si può essere tutto e il contrario di tutto, altrimenti non si rappresenta nessuno. La nostra visione è di definire chi vogliamo essere e solo dopo parlare di alleanze con chi è disponibile a lavorare con noi. I temi da condividere sono il salario minimo, lo stop alle trivelle, il congedo paritario per sostenere l’occupazione femminile. O l’abolizione della legge Bossi-Fini, che è criminogena. Anche dove abbiamo fatto alleanze importanti a livello locale, l’abbiamo fatto sulla base dei temi.
Non ritiene che si sia perso troppo tempo nell’organizzazione del congresso, vista la progressiva e costante perdita di consensi nel paese reale?
No, proprio perché si tratta di scegliere non un nome, ma un profilo politico per il nuovo Partito democratico. Per la democrazia serve tempo, per discutere. Io giro il Paese e ogni appuntamento diventa un’assemblea spontanea. Tante persone si avvicinano e ci danno un contributo prezioso a capire cosa è andato storto. Se ci limitassimo a fare e disfare i gruppi dirigenti, potremmo fare più in fretta. Se invece si vuole realizzare un progetto democratico e coinvolgere le persone, qualche settimana in più serve. Ci stiamo avvicinando al 26 febbraio e nel frattempo dobbiamo fare anche opposizione in Parlamento e ci stiamo battendo contro le misure ingiuste del governo. Poi ci sono le due importanti elezioni regionali e certo non stiamo con le mani in mano.
D’Alema e Bersani sono i convitati di pietra del congresso dei Dem. Per vincere le prossime elezioni si deve tornare a un Pd più ampio? E se sì, come intende far convergere sensibilità diverse all’interno di questo tipo di partito?
Secondo me il Pd si deve aprire e anche fare autocritica sugli errori che in questi anni hanno fatto allontanare molti mondi di riferimento. Io non tirerei mai nessuno per la giacca, anzi credo e spero che quello che stiamo facendo possa riportare a una ricomposizione della diaspora della sinistra, ma è nell’interesse di tutti non tanto ricucire tra noi politici, ma con l’elettorato. E in giro per il Paese lo vediamo, con le sale che si riempiono con il sapore del ricongiungimento familiare. Tanti stanno tornando e tanti si affacciano per la prima volta a una sede politica: l’associazionismo, il nuovo mutualismo, il mondo sindacale e delle mobilitazioni giovanili. Questo è il senso della mia candidatura collettiva, riallacciare i fili dopo anni in cui è mancata chiarezza sulle questioni fondamentali.
La politica del centrodestra, su temi come il rapporto con l’Europa e le dinamiche economiche, si muove sul solco del governo Draghi. Lei critica le politiche dell’attuale maggioranza. Qual è secondo lei il principale errore commesso dal premier Meloni?
Il principale? Ce ne sono stati tanti in questi primi tre mesi. Siamo in una contingenza economica e sociale drammatica: l’inflazione molto alta, il caro energia che colpisce imprese e famiglie, i rincari su assicurazioni, mutui, pedaggi, carburanti e al tutto si lega la stagnazione dei salari. Siamo l’unico Paese europeo in cui i salari diminuiscono. L’errore più grande è non vedere questa spirale: la manovra colpisce i poveri, le pensioni del ceto medio e delle donne, mentre non fa nulla per aumentare i salari, fare investimenti, far ripartire le imprese e fissare il salario minimo, come tutte le opposizioni stanno proponendo. Una manovra scollegata dalle sofferenze profonde che il Paese affronta. Sul caro energia manca una risposta strutturale, le società energetiche si sono arricchite e il governo non si batte per disaccoppiare il prezzo dell’energia da quello del gas, ad esempio puntando molto sulle fonti rinnovabili
Qual è il suo rapporto con l’Abruzzo? Cosa apprezza della nostra regione?
Sono tante le cose: da un lato una ricchezza ambientale e paesaggistica, perché unisce coste e aree montane di pregio assoluto. Mi colpisce la resilienza degli abruzzesi, che hanno sempre saputo reagire con grande orgoglio alle calamità. E poi quell’operosità, quel dinamismo economico che ha reso l’Abruzzo un riferimento anche per lo sviluppo di attività economiche industriali. Ora però anche da voi bisogna fare un salto di qualità. Con la conversione ecologica, attraverso l’economia circolare, riducendo rifiuti e costi con l’efficientamento energetico, con le energie pulite e rinnovabili. Poi, con il turismo sostenibile, che punta sulla mobilità fatta di infrastrutture verdi, come le ciclovie. Questa ricchezza va coniugata con i modelli di connettività dei territori, sfida che si lega alla trasformazione digitale. Per quanto riguarda il lavoro, c’è molta resistenza da parte dell’amministrazione regionale di destra a contrastare i rincari e quel poco che si è ottenuto è stato grazie agli sforzi delle associazioni, dei sindacati e del Pd in prima linea. Noi continueremo a insistere.
Quale luogo dell’Abruzzo le piace di più?
Ho un legame particolare con L’Aquila, dove sono venuta diverse volte e ho piacere di tornare: è una città splendida che ha sofferto molto, la dimostrazione di quanto a volte la politica sembri distante perché non riesce a portare risposte rispetto a una ferita profonda della comunità.
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