TERAMO. Il tema della diffamazione attraverso i social è materia che negli ultimi anni ha riempito decine di sentenze della Cassazione con un unico filo conduttore messo nero su bianco dai giudici della Suprema Corte: le nuove tecnologie che assicurano il diritto di espressione online pongono a rischio sempre più frequentemente valori tutelati dal codice come dignità, onore e reputazione.
E spesso diventa difficile anche eseguire provvedimenti giudiziari quando ci si scontra con i colossi della rete. Come in questo caso che riguarda la pagina Facebook “Costantini fa cose” in cui Costantini è il sindaco di Giulianova. Una pagina che fa riferimento al primo cittadino ma con cui l’amministratore non ha nulla a che fare e per questo (assistito dall’avvocato Gianni Falconi) ha presentato più denunce alle forze dell’ordine per post ritenuti diffamatori. Le indagini della Procura (pm Stefano Giovagnoni) hanno accertato che è stata aperta da due persone che si sono sostituite al primo cittadino che ora sono indagate per diffamazione e per sostituzione di persona. Successivamente un giudice ha firmato una richiesta di sequestro con oscuramento della pagina, sequestro che la polizia postale ha notificato a Facebook oltre un mese fa ma che non è stato eseguito: ovvero la pagina non è stata oscurata nonostante il provvedimento dell’autorità giudiziaria.Un provvedimento corposo e certosino in cui il gip Roberto Veneziano trae linfa proprio dagli svariati pronunciamenti della Cassazione sul tema. «Appare evidente», scrive Veneziano, «che nel caso specifico Jwan Costantini, in qualità di sindaco del Comune di Giulianova, nei post pubblicati sulla citata pagina Facebook sia stato sistematicamente diffamato attraverso la pubblicazione di video e commenti finalizzata a trasmettere un messaggio distorto secondo cui avrebbe la tendenza a considerare l’ente locale di cui ha la rappresentanza alla stregua di una sua azienda privata, mediante la quale mirerebbe ad aumentare il suo potere attraverso operazioni clientelari, enunciato tanto più offensivo in quanto espressivo di un criminale binomio malaffare-politica, sì da evidenziare un disegno in cui la diffamazione abilmente architettata in proprio danno è stata resa possibile attraverso l’uso di Facebook». Mezzo, specifica il magistrato, «che, per la sua natura e per le sue implicazioni, esercita attitudine di persuasione sul pubblico grazie alla sua capacità di penetrazione nella sfera privata con un’immediatezza e una forza di suggestione non paragonabile a quella di altri mezzi di comunicazione, anche pechè la sostituzione di persona nell’account è avvenuta allo scopo di demolire l’immagine del Costantini Jwan sia come persona che some amministratore poichè i contenuti dei video e dei post, a lui in apparenza riferibili, sono chiaramente offensivi e denigratori della sua reputazione, il che denota che i limiti attinenti al diritto di critica/satira siano stati, nel caso di specie, ampiamente superati, risolvendosi in attacchi personali immotivati, diretti a colpire su un piano individuale senza alcuna finalità di pubblico interesse, la figura morale del soggetto criticato».
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