PESCARA. In città pescherecci ancora fermi in porto. La marineria pescarese non arretra di un passo e neppure le altre abruzzesi. Per il momento, quindi, sulle tavole niente pesce fresco. «Non ce la facciamo più a sostenere le spese. Il gasolio si mangia tutto. Ci dispiace per le pescherie e per i ristoranti, ma siamo costretti ad andare avanti», ribadisce il presidente dell’associazione armatori, Francesco Scordella. Per i ristoratori, il principale problema è rappresentato dal costo del pesce, schizzato alle stelle. «È aumentato nell’ultimo periodo del 30-40%, se non di più», spiega Carlo Ferraioli, che è anche rappresentante della Confcommercio, «questo è il principale problema che stiamo riscontrando, per il resto usiamo il pesce che c’è, lo prendiamo per lo più dall’altra sponda dell’Adriatico, e riusciamo a garantire la qualità. Certo alcuni prodotti mancano, ad esempio la pannocchia o quelli per fare delle zuppe, ma i disagi, ripeto, sono legati soprattutto ai prezzi elevati».
Per Massimiliano Pisani, presidente di Confartigianato Commercio Pescara e titolare della Birreria del Corso, lo sciopero delle marinerie avviene già di per sé in un momento di difficoltà per il settore. «Di pesce c’è ancora reperibilità», spiega, «la questione è che, arrivando da fuori, per forza di cose costa molto di più. E fra l’altro sui prezzi c’è il caos. Ad esempio, prima per le alici si spendevano 3 euro al chilo, ora 8-10 euro al chilo e parliamo dell’ingrosso. Invece il pesce pregiato in alcuni casi costa di meno. Ad esempio, il San Pietro è passato da 35 euro al chilo a 15 euro. Ai pescatori non possiamo che esprimere la nostra totale vicinanza. Siamo al loro fianco e li capiamo. Purtroppo», prosegue Pisani, «la situazione è diventata insostenibile. Siamo in un momento difficile. Basti pensare che, negli ultimi due anni, ha chiuso un ristorante su tre. Nell’area di Pescara, c’è stato un indice di chiusura di circa il 30%. Adesso confidiamo nei turisti, quelli che arrivano all’aeroporto con i nuovi voli. I ristoranti rimasti combattono. Non è solo questione di pesce. Il costo di un po’ tutte le materie prime è triplicato. Ma quello che fa male di più», sottolinea, «è che hanno subito aumenti prodotti che non hanno niente a che fare né con la protesta della marinerie né con la guerra. Persino il prezzo dell’acqua minerale è aumentato tanto. Il punto è che ci sono lobby, multinazionali, che lucrano sulla situazione già difficile che stiamo vivendo».
Anche per Gabriele Armenti, presidente del settore ristorazione banqueting di Confcommercio Pescara e titolare del ristorante Gabrielino, il grande problema adesso è quello dei costi elevati del pesce e non solo: «Questo si riversa su di noi e sui consumatori», spiega, «è una questione generale. Il burro è arrivato a costare 8.50 euro. E così la farina e l’olio. Ormai si è innescato un meccanismo che va a toccare tutte le fasce. Per non parlare dell’aumento delle bollette dell’energia elettrica. Attualmente io arrivo a pagare nella mia attività 2.000-2.500 euro al mese, prima la metà. Oltre agli aumenti, c’è anche difficoltà nel reperire il pesce. Si fa fatica a volte ad acquistare, ad esempio, scampi, calamari, polpi, seppie. Siamo», aggiunge, «in una situazione surreale. Dopo due anni di pandemia, siamo ancora alle prese con i problemi. Faccio solo un esempio: chi si occupa dei banchetti, un anno fa aveva fatto preventivi ai clienti ad un costo e oggi si ritrova con i prezzi dei prodotti che non sono più quelli. Cosa dovrebbe fare? Cerchiamo di stringere i denti e di essere ottimisti».
Per Gianni Taucci, direttore di Confesercenti Pescara, per adesso «il pesce si trova, ma più passano i giorni e più bisognerà cercarlo altrove. È un problema serio», sottolinea, «che non è stato affrontato dal governo e ora le conseguenze sono per tutti. In generale, dietro l’aggravio dei costi, c’è tanta speculazione».
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