L’AQUILA. Spente le fiaccole del 13° anniversario del sisma che devastò la città, restano molti problemi ancora irrisolti. Tra gli altri, quelli inerenti al diritto allo studio degli universitari che presto potrebbero trovarsi senza una Casa dello studente. La terribile notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009 portò via con sé 55 studenti, di cui otto nella residenza universitaria di via XX Settembre, diventata negli anni il simbolo del terremoto. Una struttura che non tornerà più alla sua funzione originale e che è stata sostituita, nel post-sisma, dalla caserma Campomizzi. Questa è oggi l’unica Casa dello studente in città, mentre ancora dev’essere individuato uno stabile che possa assumere definitivamente questa funzione. Tra le ipotesi, quella dell’edificio che nel 2009 ospitava la scuola media Carducci, su viale Duca degli Abruzzi, e alcuni locali dell’ex ospedale San Salvatore, dove è stato spostato il polo umanistico dell’Ateneo. Ipotesi, appunto, che sembrano ancora lontane dal concretizzarsi. Appare invece sempre più reale la possibilità che a luglio la Campomizzi chiuda i battenti per essere restituita al Demanio: nella struttura dovrebbe nascere l’Officina degli Alpini. Intanto, l’Azienda per il diritto agli studi universitari (Adsu) della provincia dell’Aquila ha lanciato, nei giorni scorsi, un bando di gara finalizzato alla “ricerca di un immobile da adibire a residenza studentesca comprensiva di arredi”. Un bando che scadrà il 2 maggio.
la mobilitazione
Unione degli universitari (Udu), Cgil, Filcams e Flc dell’Aquila chiedono da tempo la proroga della convenzione per la Campomizzi, che attualmente ospita 160 studenti, un numero ridotto a causa del Covid, ma che potrebbe raggiungere anche quota 360. «Dall’anno prossimo la borsa di studio dovrà essere corrisposta integralmente in aggiunta alla residenza», spiega Matteo Paoletti dell’Udu. «Pensare che l’Adsu dell’Aquila possa pagare l’affitto di una nuova struttura (che a oggi non sappiamo ancora quale sia e se necessiti di lavori) e che questa struttura possa essere pronta da settembre, ci sembra poco rispettoso della realtà». Per questi motivi dal 15 marzo gli universitari sono in mobilitazione: «Non possiamo permettere che il diritto allo studio e 60 posti di lavoro siano messi a rischio» spiegano. «È del tutto evidente che soltanto con un serio impegno si potrà uscire dalla situazione di incertezza attorno alla futura Casa dello studente».
gli altri disagi
Al problema sul futuro della Campomizzi si aggiungono le condizioni di vita quotidiana «alle quali la struttura dirigenziale Adsu obbliga gli studenti residenti» tuona ancora Paoletti. «Nonostante esplicita e motivata richiesta (fatta in consiglio d’amministrazione il 29 marzo), infatti, è stata negata la possibilità di riaprire le tre sale studio della Campomizzi chiuse da 2 anni causa Covid». Un eccesso di prudenza secondo l’Udu «visto che gli stessi studenti possono recarsi in Università, seguire le lezioni in presenza, studiare nelle biblioteche dell’Ateneo e, per assurdo, anche negli spazi studio del centro polifunzionale Canada, sempre a gestione Adsu. Si può andare in discoteca, si può andare al ristorante, ma non si può stare in sala studio con mascherine Ffp2. «Non chiediamo di fare assembramenti, ma di poter usufruire in sicurezza di spazi di cui è un diritto disporre», concludono gli universitari. «Mantenerli chiusi è un atto inspiegabile, ostile ai diritti degli studenti e ai loro bisogni di studio e di socialità. L’Aquila è città universitaria? Lo dimostri».
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