OFENA. Un superperito per stabilire a chi appartengono le impronte presenti sulla pistola abbatti-buoi sequestrata nell’uliveto in cui venne ritrovato, con una ferita alla testa, Emiliano Palmeri, l’allevatore 28enne di Ofena.
Giovane che a circa un mese da quel ferimento venne trovato senza vita in un campo non molto distante da casa, probabilmente per un gesto volontario.
Subito dopo il colpo alla testa, il giovane era stato ascoltato dai carabinieri e aveva accusato un imprenditore di Castel del Monte finito sul registro degli indagati con l’accusa di tentato omicidio. Anche in un’intervista rilasciata al Centro, Palmeri aveva ribadito di aver visto in faccia chi gli aveva sparato. L’indagato, difeso dall’avvocato Fabio Alessandroni, si è sempre dichiarato estraneo ai fatti.
Il 12 luglio scorso, davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale dell’Aquila, Marco Billi, si è tenuto l’incidente probatorio. Nel corso della camera di consiglio, il giudice Billi ha nominato un superperito. Si tratta del commissario di polizia scientifica di Ancona, Gaetano Rizza. Il consulente ha chiesto 90 giorni di tempo per svolgere le complesse indagini sull’arma sequestrata nell’uliveto. In particolare al perito è stato chiesto di eseguire indagini balistiche e genetiche per stabilire a chi appartengono le impronte rinvenute sulla pistola: all’indagato, allo stesso Palmeri oppure a terzi. Il superperito dovrà quindi concentrarsi sull’arma rinvenuta nell’uliveto a circa cento metri dal luogo in cui Palmeri venne ritrovato ferito. Furono alcuni amici a trovarlo in piena notte. L’udienza è stata quindi rinviata al 13 dicembre prossimo.
La notte tra il 19 e il 20 aprile scorsi, Palmeri era stato ferito alla testa da una pistola abbatti-buoi di quelle utilizzate nei mattatoi per stordire o finire i capi di bestiame prima della macellazione. Il triste epilogo, pochi giorni dopo le sue dimissioni dall’ospedale San Salvatore, aveva gettato nuove ombre su una vicenda già abbastanza intricata sulla quale cercano di far luce gli investigatori. Per la morte del 28enne, invece, si procede per istigazione al suicidio.
Sul luogo della tragedia il reparto scientifico dei carabinieri dell’Aquila non aveva riscontrato elementi che potessero far pensare alla presenza di terze persone. Tuttavia ciò non esclude che il ragazzo potesse e essere stato minacciato, spaventato, vessato psicologicamente e quindi indotto a compiere l’estremo gesto. Da qui l’ipotesi di reato formulata dalla Procura aquilana.
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