L’AQUILA. La norma sulla cosiddetta “casa equivalente” continua a riservare sorprese (tutte legali, s’intende). Ora spunta il “contributo per rimborso”. Una sentenza del tribunale civile ha imposto al Comune capoluogo di liquidare il contributo anche a chi, prima ancora di fare la domanda per avere una casa in cambio di quella distrutta dal terremoto, aveva acquistato autonomamente un’abitazione fuori regione e nel caso specifico a Roma (una possibilità questa – oggetto di molte polemiche – che da fine 2016 non è più possibile). Inizialmente il Comune quel rimborso lo aveva negato. Infatti la richiesta di casa equivalente era stata fatta nel 2016 quando il progetto per la ricostruzione del condominio (zona villa comunale) in cui il cittadino aveva l’alloggio di proprietà era stato già approvato eliminando solo due appartamenti (quindi riducendo la volumetria del palazzo rispetto all’originale) per i quali la richiesta di “equivalente” era stata ufficialmente inoltrata. L’appartamento in questione aveva avuto il “normale” contributo ed è stato ricostruito come se il proprietario dovesse tornare ad abitarci. Il tribunale, chiamato a dirimere la questione, ha stabilito che il cittadino nel corso di un’assemblea di condominio – che si era tenuta prima che il progetto venisse redatto – aveva fatto verbalizzare la sua intenzione di mollare l’alloggio chiedendo la casa equivalente anche se la pratica non era stata subito avviata. Ma cos’era successo? Nel 2011 il proprietario in questione, di sua iniziativa, aveva comprato casa a Roma per oltre 800.000 euro. Nelle carte del Comune c’è persino l’elenco degli assegni utilizzati per pagare fino all’ultimo euro il venditore. Ora in base alla decisione del tribunale civile (non si sa se il Comune abbia fatto ricorso in appello), che ha annullato il diniego del Comune al contributo, l’amministrazione ha liquidato al cittadino “a rimborso” circa 400.000 euro, più o meno la metà del valore della casa acquistata nella capitale. L’alloggio all’Aquila, che è stato già ricostruito insieme agli altri 9 (in origine erano 12), è adesso di proprietà del Comune che ci paga anche le spese di condominio oltre ad avere, all’epoca, stanziato i soldi per rifarlo. Piccolo particolare: il valore delle case equivalenti, in base a un decreto commissariale che risale al periodo dell’emergenza, è stato valutato a 2.500 euro al metro quadrato, gli stessi soldi più o meno concessi per rifare i palazzi del centro storico (per la ricostruzione delle case nelle frazioni si parla, invece, di una cifra tra i 1.200 e i 1.300 euro a metro quadrato quando va bene). L’ufficio speciale in base alla sentenza del tribunale ha dovuto semplicemente misurare l’appartamento e fare la moltiplicazione. Il Comune per suo conto, con una determina, non ha potuto far altro che il bonifico. Tutto lecito e tutto secondo la legge.
L’ordinanza in cui per la prima volta si parla di casa equivalente è la 3790 del 9 luglio 2009 con la quale si riconosce “un contributo per la copertura degli oneri relativi all’acquisto di abitazione sostitutiva di quella distrutta dal sisma del 6 aprile 2009”.