ATESSA. Sessantaquattro anni di cui quasi 39 in Sevel. Per Mariano Ficca, in pensione da tre anni, lavorare nel più grande stabilimento di veicoli commerciali d’Europa, ha significato qualcosa di più che un semplice lavoro. Anche sua moglie, in pensione dallo scorso anno, ha lavorato nella grande Sevel. Lui alla verniciatura e lei alla lastratura. Insieme hanno potuto comprare due case e, cosa più importante, «far studiare due figli».
«All’epoca», racconta Mariano che ha iniziato a lavorare nella fabbrica dei furgoni a 21 anni, «non c’erano tante possibilità per i giovani. Chi veniva assunto in Sevel era come se avesse vinto alla lotteria. Sevel ha portato ricchezza a questa terra», insiste, «lo voglio rimarcare: con due stipendi, fino al 2008 (anno della crisi mondiale della vendita dei veicoli a motore) ho fatto una bellissima vita, sono fiero di aver fatto laureare due figli e di aver realizzato parte dei nostri sogni».
Sevel negli anni d’oro era lo stabilimento che per il turno di notte pagava il doppio e che per il sabato straordinario pagava il 100% e dava i buoni benzina agli operai, poi le feste coi regali a Natale e Pasqua, i regali a 25, 30 e 35 anni di servizio assieme a uno stipendio pieno in più. «Ricordo le polemiche e le forti resistenze che ci furono quando si propose di far lavorare anche le donne al turno notturno», dice Mariano, «poi, come tutte le grandi rivoluzioni industriali, ci si adeguò anche a questo. E si capì che per le donne era un vantaggio poter andare a riprendere i figli a scuola e avere una paga più sostanziosa. Oggi persone che hanno fatto per vent’anni la notte hanno anche una bellissima pensione: dai 1.800 ai 1.900 euro al mese, chi può dirlo oggi?». Ficca, sindacalista in Sevel, ricorda con affetto anche il giorno che conobbe Marchionne. «Fu per la laurea di mia figlia che ottenne il massimo dei voti con lode e una borsa di studio da Sevel», rimarca, «siamo stati invitati a Torino e Marchionne le strinse la mano e le chiese in cosa fosse laureata. Lei disse in psicoterapia e lui scherzò sul fatto che allora doveva stare attento». E il futuro? «Sono tre anni che manco», continua, «ma i miei colleghi mi aggiornano su tutto. A loro, con cui ho condiviso tante battaglie, faccio l’in bocca al lupo per questa fase così delicata che si trovano a vivere».
Per Domenico Del Sorbo, 45 anni, dipendente della Tiberina Sangro, fabbrica dell’indotto Sevel che produce tutte le componenti in ferro del Ducato, dai longheroni alle fiancate, lo stabilimento di Atessa ha significato una seconda vita. «Lavoro in Tiberina da cinque anni», racconta, «prima ero un imprenditore edile. Con la crisi dell’edilizia mi sono ritrovato da dietro una scrivania alla catena di montaggio. Ma proprio grazie a questo vedo e considero le cose. Sevel per noi e per il territorio è come se fosse una grande mamma. Ci allatta per l’80% per prodotti esclusivi per Sevel e il restante 20% viene destinato ad altre ditte. La Tiberina è una realtà solida, ha capacità e versatilità produttiva che potrebbero farle realizzare anche tappi per bottiglie, ma adesso, con l’arrancare di Sevel sulle forniture, si trova in difficoltà. Per questo si sta ragionando per diversificare e ampliare la produzione, cosa che Tiberina può permettersi proprio per la capacità dei suoi circa 400 dipendenti».
«Sevel è mamma ma anche matrigna», rimarca Del Sorbo, rsu e rls all’interno del suo stabilimento, «perché da un lato dà, ma dall’altro toglie. Ad esempio, per queste ultime fermate produttive, avvisa sempre con pochissimo anticipo, un atteggiamento poco rispettoso nei confronti degli operai».(d.d.l.)
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